Diversi eventi e post nell’ultima settimana fanno riflettere in merito alla domanda: ne vale davvero la pena? Mi spiego meglio: a fronte di un’attività fortemente impegnativa quale è appunto la gestione delle relazioni e l’acquisizione di contatti online attraverso Blog, Social Network, Forum, ecc…, quale è il reale “ritorno di investimenti” (e per investimenti non intendiamo tanto quelli economici ma più che altro quelli in termini di tempo)? Il gioco vale la candela? Verrebbe da rispondere: dipende. Ma vediamo prima cos’è successo.
In una settimana chiudono Giovy ed Elmanco, l’uno per problemi personali, l’altro per un motivo che stimola una discussione intorno all’impegno e ai risultati attesi:
a Maggio 2008 [...] oltre 40.000 visitatori unici assoluti [...] Tuttavia non basta, o meglio, non è bastato per rendere questo sito una dignitosa attività editoriale a tempo pieno. I numeri sono sempre bassi per assicurare entrate pubblicitarie sufficienti da parte degli inserzionisti italiani, e le prospettive di crescita sono troppo oscure per convincermi a mantenere l’impegno dopo due anni e mezzo di pubblicazioni. Curare ELMANCO come ho fatto finora, infatti, è un impegno da almeno 5 ore al giorno, che non lascia molto tempo ad altre più redditizie, ma meno stimolanti, attività.
MarketingArena spinge a riflettere sull’attività e la sostenibilità del blogging:
chi vende vince. Vendiamo cose diverse ma l’errore di elmanco è stato quello di essere troppo poco tangibile per vendere sé stesso (purtroppo siamo ancora uomini e spostarsi materialmente è molto poco 2.0) e troppo bello e impossibile per vendere il proprio blog, un gioiello, un’oasi ma anche un prodotto editoriale complesso che non ha trovato il canale ideale. Come capite sono molto sconfortato dalla notizia perchè fa crollare alcuni miti sulla sostenibilità del web innovativo ed in particolare del web 2.0: se un blog non può vivere da solo, un blog è un braccio di un’altra entità, dobbiamo prenderne atto, capire che la nostra attività non può e non potrà mai essere blog-centrica, il blog sta al business come l’automobile sta all’uomo, è un mezzo non un fine.
Effettivamente nonostante i miti del “fare soldi online” e del “lavora da casa con internet” siano ben radicati e diffusi (oltre che sospinti dagli stessi che perseguono quell’obiettivo, per acquisire nuovi contatti interessati), le cose non stanno così. Anche sul piano politico, Marco scrive un post disilluso che indubbiamente fotografa una situazione (sicuramente in evoluzione ma attualmente più che realistica):
Poi ho capito che alle urne i voti si contano e per quanto le opinioni possano essere virali, quando si entra nella cabina si può votare solo “uno”. Non si porta dentro la link popularity, la reputation o il page rank. Per quanto i nostri politici non conoscano il web, sanno però fare un semplice conto: uno spot non crea problemi di gestione e porta milioni di contatti. Le attività online generano una quantità enorme di problemi, dalla comprensione del mezzo sino alla richiesta di trasparenza. Inoltre generano poche centinaia di migliaia di contacts quando va bene.
Il punto è, a mio giudizio, che non deve essere messo in discussione il modello delle PR online in sé, ma il fine che queste hanno. Solo in pochissimi casi un’attività sociale su Internet e una produzione di contenuti editoriali autonoma, a fronte di un impegno gravoso e spesso “snervante” riesce a sostentarsi e diventare un’attività a tempo pieno, quindi è bene prendere coscienza di quali siano effettivamente i fini a cui possiamo ricondurre qesto tipo di attività. Credo che, sintentizzando, possiamo ricondurre questi “scopi” del “mezzo” PR&UGC a tre casistiche:
1) UGC “no profit”: l’utente non aspira a sostentarsi né segue una stringente linea editoriale, semplicemente “dice al mondo chi è”, quello che pensa, quello che fa a un gruppo ristretto di amici/conoscenti. E’ la produzione di contenuti senza troppe domande, che rappresenta la gran parte della “torta” UGC.
2) Self-Marketing & professional target: si vende sé stessi o la propria azienda come “prodotto” da posizionare in un mercato ben preciso. I motivi sono diversi: ricerca di lavoro, promozione indiretta delle proprie attività di consulenza, acquisizione di reputation, corporate blogging. Il ROI non è rappresentato da un ritorno economico ma dalla reputazione acquisita che può essere spesa per opportunità professionali.
3) Fundraising & Micro-Finanziamenti: in questo caso le attività online e le relative PR hanno come scopo la persuasione all’adesione di una causa, sia essa politica, solidale, a scopi personali. Rientrano in questo gruppo, ad esempio, le campagne per la raccolta fondi di un partito politico (vedi Obama) o di un’associazione ONLUS.
Sembra essere il tema caldo dell’estate 2008: dopo i già citati dubbi relativi alla redditività dell’advertising sui social network per MySpace e Facebook, ora gli stessi dubbi vengono estesi anche a YouTube. Per un osservatore distratto piattaforme come queste dovrebbero essere delle autentiche “macchine da revenues” e invece pare proprio che non sia così. Cito da Zeus News:
YouTube consuma un sacco di banda in uscita e non produce alcunché. Nemmeno la pubblicità, da sempre la più grande risorsa di Google, dà i risultati sperati: gli inserzionisti non paiono molto interessati ad apporre il proprio marchio su contenuti video autoprodotti. Prima di dare il via libera per l’associazione del proprio nome a un filmato, i proprietari dei marchi vogliono essere sicuri che il ritorno di immagine non sia negativo. E questa garanzia non può essere ottenuta facilmente da un sito che si basa sui contributi degli utenti.
La conseguenza diretta delle diverse dichiarazioni e osservazioni che da più parti arrivano su questo tema è che i big players cercano di correre ai ripari:
YouTube secondo indiscrezioni varie giocherà presto la carta della qualità e dei film interi, per attirare più investimenti pubblicitari
Tutti quanti sono concordi nel dire che l’investitore va “educato” alle potenzialità e alle nuove forme che potrebbe e dovrebbe assumere l’advertising nelle reti sociali. Ma la domanda che voglio porre a livello provocatorio è: siamo davvero sicuri che l’advertising sia il modello di business giusto per i Social Network?
3 spunti che mi hanno fatto riflettere e mi confermano il dubbio:
Giovanna: “…Sono sempre più della convinzione che la socializzazione non ha prezzo, ma è comunque marketing. Siamo abituati ad avere risultati subito immediati. Abituati da una società in cui ti vendo a 100 e ne sto guadagnango 80 esclusi costi esterni, forse dovremmo cominciare a ragionare non su basi classiche, ma provare a riflettere su orizzonti web 2.0.”
Salvatore: “…soltanto tra 5-10 anni capiremo se questo nuovo modello di business funzionerà, certamente per farlo funzionare bisognerà che gli inserzionisti capiscano come funzionano i social network per sfruttarne il potenziale e che sicuramente sarà impossibile applicare i modelli di advertising che abbiamo conosciuto fino ad oggi.”
Filippo: “…inoltre i social media e la possibilità di advertising: si parla di conversazioni tra marketers e consumatori, si parla della possibilità di condividere gusti, percezioni, aspettative, ma in pratica? Sappiamo tutti che l’efficacia dei banner pubblicitari non è poi così elevata, quindi che fare?”
Io sinceramente credo che qualità e prodotto abbiano sempre un prezzo e in questo, come sostiene Maurizio il mercato non è affatto cambiato. Mi sbaglierò, ma la tendenza che vedremo affermarsi sempre di più in ambito Web 2.0 sarà quella che si rifà al modello di business freemium. La redditività VERA passerà inevitabilmente dalla capacità dei vari MySpace, Facebook, YouTube di convincere una parte dei loro utenti a pagare per un servizio aggiuntivo che torni loro utile e il cui beneficio sia chiaro. “Internet is free”, si è sempre detto e tutti sono contenti di questo. Ma per un servizio/prodotto, quando si offre qualità e valore aggiunto, l’utente è GIA’ ADESSO disposto a pagare. Flickr ne è l’esempio più lampante.
Di sicuro l’Advertising non morirà e dovrà sicuramente trovare nuove forme di attrattività ed engaging, anche perchè, se è vero che il web ci rende meno attenti e concentrati, (terrorismo psicologico dei mass-media a parte) il paradosso è che il fondamento economico stesso di gran parte del web (la pubblicità) avrà utenti sempre meno attenti agli annunci.
Di seguito un articolo di Brian Stelter pubblicato sul “The New York Times”, traduzione a cura di Dagospia. Il tema è molto interessante perché sulla reale capacità delle reti sociali di generare business nel tempo ci sono ancora diverse perplessità. In questo caso queste perplessità riguardano addirittura MySpace, quindi vale la pena leggere e studiare, tenendo presente che i modelli di business sono tutt’altro che definitivi.
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Quando quasi tre anni or sono News Corporation aveva inserito MySpace nel proprio portafoglio, si aspettava che la propria base di 16 milioni di utenti continuasse a crescere — e che ogni utente avrebbe continuato ad aggiungere amici, condividendo foto e scambiando messaggi confidenziali — così i dollari della pubblicità avrebbero cominciato ad arrivare.
Il sito di social networking è cresciuto — a 118 milioni di utenti a livello mondiale — e i contatti non si sono fermati. Ma i soldi non arrivano così in fretta come aveva sperato la società.
Nell’anno finanziario che termina fra due settimane, la divisione di News Corporation che comprende MySpace mancherà l’obiettivo del fatturato di 1 miliardo di dollari. Quando in Aprile News Corporation aveva annunciato il previsto mancato obiettivo, parecchi analisti avevano ridimensionato la valutazione della società, ribassando le azioni del 5 percento.
Tenendo d’occhio la monetizzazione, mercoledì MySpace sarà riprogettato con una nuova home page, che sarà meno affollata e più ricettiva nei confronti della pubblicità (la home page presenterà anche una “pagina splash” per un annuncio riguardante il nuovo film di Batman, “The Dark Knight”). Il nuovo progetto, da completare per l’inizio dell’autunno, comprenderà una nuova barra di navigazione, un nuovo strumento di ricerca e un nuovo riproduttore video.
Il restauro è pensato per risolvere un problema dei siti di social networking, cioè che molte pagine utente hanno l’attrazione estetica dell’armadietto di uno studente quattordicenne. Ma ci sono ancora parecchie domande senza risposta riguardo il valore pubblicitario delle reti sociali.
Negli ultimi mesi è sbocciata la rosa delle reti sociali. MySpace e i principali concorrenti, Facebook e Bebo, hanno tutti dei progetti ambiziosi per fare soldi ma non abbastanza prove sul fatto che i progetti funzionino.
“La giuria deve ancora decidere sulla capacità di monetizzare di MySpace”, ha detto Michael Nathanson, analista di Sanford C. Bernstein & Company.
I siti sembrano appetibili per gli inserzionisti, basandosi sul traffico registrato. MySpace ha un pubblico americano di 73 milioni di utenti, e Facebook ne conta 36 milioni, e secondo comScore (a livello mondiale, Facebook ha raggiunto MySpace per la prima volta in Aprile, con una media di circa 115 milioni di utenti per sito) gli utenti passano intere ore sui siti.
Ma poiché MySpace controlla la maggior parte dei soldi spesi sulle reti sociali, viene vista come capobranco per il settore in crescita.
In una teleconferenza del mese scorso Peter Chernin, presidente e amministratore delegato di News Corporation, ha ridimensionato le grandiose aspettative per la pubblicità sulle reti sociali e ha ammesso che vendere gli spot sulle pagine profilo personali e sulle pagine dei gruppi non è facile.
Il social networking rappresenta una “forma completamente nuova di attività su Internet”, ha detto Mr. Chernin.
Quando nel 2006 la controllante di MySpace, Fox Interactive Media, aveva annunciato un accordo di collaborazione pubblicitaria triennale da 900 milioni con Google, gli analisti avevano cominciato a scommettere forte sul fatto che il social networking sarebbe diventato una delle principali fonti di reddito. Anche se il Web diventa sempre più sociale, è difficile trarne dei profitti.
Per la verità il pallone delle prospettive irrealistiche si sta sgonfiando.
Il cambiamento di rotta è stato notato per la prima volta alla fine di Gennaio quando, a un anno dall’entrata in vigore dell’accordo da 900 milioni con MySpace, Google ha detto che il materiale del social networking non guadagnava così bene come previsto (più di recente, Google ha detto che la situazione stava migliorando).
Il cambiamento di rotta è stato confermato in Aprile quando Fox Interactive Media ha detto che avrebbe mancato l’obiettivo relativo al fatturato. Per allora il responsabile del fatturato della consociata era stato licenziato.
5597;13240-650/30;26976196/26994053/1;;~fdr=145939044;0-0;1;20722149;13240-6
50/30;25493759/25511616/1;;~sscs=%3fhttp:/incontri.tiscali.it/index.php?mtcm
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Mr. Nathanson, l’analista, ha detto che il deficit percepito di MySpace è stato frustrante. “Non siamo molto convinti delle capacità a lungo termine di far crescere questo settore in base a quello che abbiamo visto ultimamente”, ha detto.
Altri analisti hanno una visione più ottimistica. Venerdì Anthony Di Clemente di Lehman Brothers raccomandava le azioni News Corporation anche a causa dell’aumento di fatturato su base annua di MySpace fra il 25 e il 30 percento.
MySpace, naturalmente, è d’accordo con questo parere più ottimista.
“Vediamo che i dollari arrivano”, ha detto Jeff Berman, che in Aprile è stato promosso a presidente per le vendite e il marketing di MySpace, quando la forza vendita di Fox Interactive Media è stata riorganizzata.
Il fatturato per utente si dice sia cresciuto del 50 percento rispetto allo scorso anno, ma il sito incassa solo da 6 a 7 dollari per utente l’anno.
EMarketer stima che MySpace farà registrare 755 milioni di fatturato per l’anno finanziario che terminerà il 30 Giugno. MySpace non ha voluto commentare le stime. Si prevede che circa un terzo del fatturato arriverà dall’accordo pubblicitario con Google. Per quest’anno, si stima che Facebook incasserà 265 milioni di fatturato pubblicitario.
Le aziende si stanno muovendo rapidamente per risolvere il rompicapo del social networking. MySpace sta costantemente emettendo comunicati stampa riguardo le nuove caratteristiche o gli accordi di collaborazione. Il sito mira all’iperiorientamento, inserisce gli utenti in “canestri”, in base ai propri interessi, e fa apparire gli annunci pubblicitari di conseguenza.
Attualmente quasi un terzo degli acquisti fatti su MySpace è iperorientato, ha detto Mr. Berman.
Facebook ha un sistema di mira analogo, che si chiama annunci sociali. Gli inserzionisti scelgo un tipo di pubblico — per esempio gli studenti universitari della Florida che guardano “SportsCenter” su ESPN; ci sono 10.680 studenti universitari della Florida su Facebook — quindi creano un semplice annuncio e fissano un bilancio preventivo. La versione di MySpace, che si chiama SelfServe, è in fase di beta-test.
Bebo, La terza rete sociale in ordine di grandezza negli Stati Uniti, è stata acquistata il mese scorso da AOL, consociata di Time Warner. La società ha detto che intende avvalersi della divisione pubblicitaria di AOL per monetizzare il sito.
Ma per molti acquirenti sui media, questi modelli pubblicitari restano sperimentali. Contemporaneamente i bilanci pubblicitari si riducono. Lo scorso Dicembre, eMarketer aveva previsto 1,6 miliardi di spesa sulle reti sociali per il 2008. In Aprile aveva rivisto tale cifra a 1,4 miliardi.
“Il problema è che tutte queste nuove forme di pubblicità sono più difficili da pianificare, misurare e quantificare rispetto a ciò cui gli inserzionisti sono abituati, e che hanno influito sulla crescita della spesa pubblicitaria”, ha scritto in Aprile Debra Aho Williamson, analista di eMarketer.
Mr. Berman di MySpace ha detto che “con i nuovi inserzionisti, esiste certamente un processo educativo”, e che il personale di vendita cerca di coinvolgere gli inserzionisti. Per esempio, in Aprile i dirigenti di Procter & Gamble hanno visitato il quartier generale di MySpace per alcune riunioni riguardo le strategie pubblicitarie sulle reti sociali.
Eppure ci sono preoccupazioni sul fatto che gli utenti delle reti sociali non guardino gli annunci, non importa con quanta attenzione questi vengano inseriti. Le attenzioni degli “utenti’ sono l’elemento più scarso sulla maggior parte delle reti sociali”, ha detto Chamath Palihapitiya, vicepresidente per il marketing di prodotto di Facebook. “Un annuncio pubblicitario ben riuscito deve catturare la scarsa attenzione e impegnarla in un modo che sia sociale e pertinente”.
Allora cosa può fare accelerare le fortune pubblicitarie per le reti sociali? Gli annunci sociali sono il primo passo di Facebook. Possono avere effetti sociali, come quello di un utente che identifica sé stesso come appassionato di Nike, che viene appaiato con un annuncio su misura per gli amici di quell’utente. “Il vostro amico è appassionato di Nike”, reciterebbe l’annuncio.
“Rendere le campagne pubblicitarie più efficaci sul sito fa parte di ciò che stiamo facendo” con le modifiche, ha detto Mr. Berman. Ha fatto notare che la visione di annunci sulla home page, come quello di giovedì scorso per “L’Incredibile Hulk” e di questo mercoledì per “The Dark Knight”, può arrivare a 40 milioni utenti in un dato giorno, “più della principale trasmissione televisiva”. Chris DeWolfe, presidente di MySpace, pensa che gli scettici dovrebbero fare una pausa di profonda riflessione. “Siamo ben lontani da dove Google o Yahoo si trovavano in questa fase della loro crescita”, ha detto Mr. DeWolfe.
Mr. Palihapitiya di Facebook ha un parere analogo. “Si tratta di un viaggio che si svolgerà nei prossimi cinque-dieci anni. Allora si vedrà chi avrà vinto”, ha detto.
Quando in una domanda vengono pronunciate le parole “business model” (in italiano “modello di business”) spesso si genera un misto di timori, reverenza, indecisione e quasi un atavico senso di colpa, a dimostrare quanto sia un territorio ricco di insidie spesso sottovalutato, in un mercato di prodotti internet dove l’improvvisazione, la genialata e il ragazzino nel garage fanno parte della mitologia comune.
E’ chiaro invece che la questione “biz model” è la prima domanda essenziale che occorre porsi una volta che si ha una fatidica “idea”. Con l’ondata di prodotti e servizi Web 2.0, sono stati sperimentati e in molti casi si sono già consolidati diversi modelli di business, molti dei quali nati grazie alle esperienze negative della famosa bolla della new economy, durante la quale la diffusa mancanza di modelli atti a generare business ha decretato la morte di molte aziende. Ma quai e quanti sono questi modelli? Lo scopriamo grazie agli ottimi Digital Natives, dai quali riporto interamente l’analisi presente anche nel libro “Web 2.0 per le aziende”
Free
L’utilizzo del prodotto è completamente gratuito: i ricavi vengono quindi da altre fonti, come ad esempio l’advertising, o sui ricavi dell’offerta dei servizi da partner. E’ tra i modelli più usati per i content site, quei siti cioè dove il contenuto è al centro del servizio offerto: giornali e riviste on-line, network sociali, network di blog, siti di condivisione video, audio e fotografie.
Gli strumenti che hanno reso possibile la sostenibilità di un simile modello di business sono principalmente due: la possibilità di generare pubblicità contestuali, legate cioè al resto del contenuto della pagina, il cui esempio più famoso è AdSense, il circuito di Google che fornisce pubblicità alla maggior parte dei siti di che utilizzano questo tipo di tecnologie. Un software analizza il contenuto della pagina, e lavorando su parole chiave, immagini e struttura, sceglie in tempo reale dal database quali sono le pubblicità che potrebbero interessare agli utenti della pagina in oggetto. Questo metodo di visualizzazione di pubblicità permette di aumentare le probabilità che un utente, capitando su quella pagina, clicchi sulla pubblicità: il sistema rileva il click e corrisponde, a seconda del valore assegnato secondo calcoli di precedenza, rilevanza, e numerosi altri fattori, un compenso al proprietario del sito. A seconda del tipo di contenuto offerto dal sito, la percentuale di clic sul totale delle visualizzazioni può essere più o meno alta: è per questo fondamentale sviluppare un’esperienza sul posizionamento degli spazi pubblicitari in pagine frequentate e con una quantità e qualità di contenuto adatta a far sì che il sistema calcoli correttamente l’ambito.
L’altro strumento utile è quello degli affiliate programs: alcuni servizi (come TradeDoubler e Zanox su larga scala, ma anche altri servizi dipendenti direttamente dal promotore del programma, come quello di Expedia) hanno infatti sviluppato dei servizi grazie ai quali è possibile diventare partner commerciali del servizio pubblicizzato, percependo una somma prestabilita per ognuna delle conversioni in transazione che viene portata a termine partendo dal sito su cui compare la pubblicità. Un esempio: cliccando un banner di Expedia da un sito di viaggi, la transazione verrà “imputata” al sito di provenienza, al quale verrà corrisposta una cifra stabilita. Attraverso TradeDoubler e Zanox è possibile affiliarsi a più partner in contemporanea, con pochi click, permettendo così all’autore del sito di aumentare la varietà di annunci da pubblicare.
Alcuni esempi: MySpace, Facebook, Ciao.it, Kelkoo.it, Trovaprezzi.it, Google Search, YouTube
Free to use, pay for related service
E’ un modello di business tipico delle aziende che producono software open source: il software in sé è gratuito, modificabile, second le regole della licenza con cui viene rilasciato; i servizi correlati, come ad esempio installazione, assistenza, personalizzazione, parametrazioni, training, nuove caratteristiche, e consulenza, sono invece offerti a pagamento. E’ un modello particolarmente efficace perché innesca i meccanismi di viralità tipici dell’open source. E’ il caso ad esempio di WordPress, prodotto dalla società Automattic, che offre servizi relativi ai blog ad aziende e professionisti. Grazie al fatto che WordPress è open source, il loro software è diventato di fatto uno standard nel mondo dei blog, tanto che anche altre società concorrenti, come SixApart, la società dietro a Movable Type, ha recentemente cambiato la licenza del suo software (se pure con alcune limitazioni).
Linux, sistema operativo open source che sta conquistando una fetta di mercato sempre più ampia, esiste in diverse edizioni, a seconda della società che offre supporto tenico per ognuna di esse. Così, RedHat Inc., è un esempio di successo per quel che riguarda lo sviluppo di business model su questa logica: è oggi una società quotata a Wall Street con una capitalizzazione che supera i 3 miliardi di dollari; la distribuzione Red Hat è di fatto uno standard per quel che riguarda l’utilizzo di Linux nell’impresa.
Alcuni esempi: WordPress/Automattic, Linux/RedHat, MovableType/Sixapart, Drupal/DrupalServices
E’ tra i modelli di business più usati per servizi che prevedono l’utilizzo di una quantità di risorse/utente elevata, e che quindi hanno la necessità di assicurarsi di poter mantenere economicamente le infrastrutture hardware.
Il servizio viene tipicamente offerto su più livelli: un primo livello, base, gratuito, con il quale l’utente può iniziare a provare le principali caratteristiche del servizio, e successivi uno o più livelli a seconda della quantità di risorse impiegate.
All’interno di questo modello di business esistono delle distinzioni importanti: si deve distinguere infatti tra servizi che vengono pagati attraverso abbonamento, pagamento di una licenza d’uso, il modello “utility”, utilizzato da Skype, offre una parte di servizio gratuitamente, e una serie di servizi avanzati a pagamento; infine, un quarto tipo di modello, più nuovo, utilizzato tipicamente in Second Life e altri simili mondi virtuali, dove si crea un’economia interna, sulla base di un servizio gratuito o in abbonamento
Il servizio su abbonamento prevede il pagamento di un canone periodico, che sblocca una serie di servizi avanzati. Ad esempio, Flickr, il sito di condivisione di fotografie più utilizzato sul web, può essere utilizzato gratuitamente con alcune limitazioni come il numero di foto o la possibilità di creare il numero desiderato di album.
Il servizio su licenza prevede invece il pagamento di una somma di denaro per acquistare una licenza per il prodotto (con una durata temporale, o meno): la licenza permette di utilizzare il prodotto secondo i suoi termini, in modo del tutto simile ai servizi su abbonamento. Un esempio è Basecamp, un tool di collaborazione molto usato da piccoli e grandi team per lavorare in gruppo: viene acquistata una licenza d’uso per il programma, per la quale viene corrisposta una somma mensile e vengono sbloccati i conseguenti servizi.
Il servizio basato sul modello utility invece, offre una serie di servizi gratuitamente, e la possibilità di acquistare nuovi servizi collaterali e che integrano il servizio gratuito, con un corrispettivo economico modesto. Un esempio è Skype: l’utilizzo del software pc-to-pc è gratuito, mentre è a pagamento l’utilizzo del software per chiamare telefoni fissi e cellulari. Skype offre inoltre servizi quali la segreteria telefonica, SkypeIn, la possibilità di farsi chiamare sul telefono personale utilizzando Skype, e diversi altri servizi acquistabili dal sito di Skype.
Il servizio con abbonamento facoltativo e economia interna sono tipici dei mondi virtuali e di quelle comunità che prevedono uno scambio di beni virtuali al loro interno. L’esempio più famoso è Second Life, mondo virtuale gratuito all’interno del quale gli utenti possono acquistare e scambiare beni in cambio di moneta virtuale, che viene però acquistata con moneta reale. E’ anche possibile, nel caso in cui si volesse passare ad un uso avanzato della piattaforma, sottoscrivere un abbonamento, che prevede lo sblocco di diverse nuove feature per gli utenti che volessero fare un uso professionale del sistema.
Alcuni esempi: Flickr, Basecamp, Ning, Match.com, Meetic, Second Life, Skype
Freedom to pay
E’ un modello di business basato sulla convinzione di offrire un servizio utile per l’utente e la comunità, che nessun altro fornisce con quella qualità a prezzi inferiori. E’ il caso ad esempio del software shareware, utilizzabile (con o senza limitazioni) gratuitamente, con l’opzione di acquistarlo se lo si trova utile. WinZip, popolare strumento di compressione e decompressione di file sul computer, ha basato per anni la sua sopravvivenza su questo modello di business.
L’altro esempio sono le associazioni no profit che offrono servizi utili, accettando donazioni: vi è quindi la scelta da parte dell’utente di contribuire o meno all’associazione, pur potendo usufruire dei suoi servizi in modo completamente gratuito. Un esempio è Creative Commons, associazione che si occupa di redigere e gestire licenze per un copyright alternativo; un altro esempio è Wikipedia, prodotto gestito dall’associazione Wikimedia e utilizzato ormai da un numero sempre maggiore di utenti.
Alcuni esempi: Creative Commons, Wikimedia, Free Software Foundation, WinZip, AdAware
Nothing free
I servizi offerti dalle aziende che utilizzano il modello “nothing free” sono sempre e comunque a pagamento, in alcuni casi prevedendo un revenue sharing con l’utente. Si dividono tipicamente in due categorie: broker/market maker, e merchant. Nel primo caso, il servizio funge da mediatore tra l’utente e il cliente, prevedendo una divisione degli utili della transazione. Esempi di questo tipo di modello di business sono PayPal, eBay, Google AdWords, che offrono il loro servizio in cambio del pagamento di un canone (nel caso di AdWords) o di una percentuale (PayPal, eBay). Il modello “merchant” invece è quello più simile al negozio tradizionale, dove vengono venduti prodotti di consumo: esempi di questo tipo di modello di business sono iTunes e Amazon, i due punti di riferimento per il mercato di musica e libri, rispettivamente.
Altri esempi del modello “nothing free” sono Lulu.com, un servizio grazie al quale un utente può inserire il proprio libro, o altri media digitali, on-line e permettere ad altri utenti di ordinarlo in copia stampata o digitale, dietro corrispettivo di un compenso che viene poi diviso con l’autore.
Zooppa.com, sito di social advertising, che permette alle aziende di commissionare, dietro il pagamento di una somma concordata, una campagna pubblicitaria sfruttando i talenti di tutta una serie di persone che si iscrivono come creativi.
Zzub
Enterprise 2.0: SaaS
Per chiudere il capitolo sui business model, vale la pena di soffermarsi su una delle tendenze che si sta affermando in questi ultimi tempi, che non può essere considerato un business model di per sé, ma che si basa sulle logiche del “nothing free” per offrire servizi a costi contenuti per le aziende che vogliano implementare al loro interno logiche di organizzazione che prendono il nome oggi di Enterprise 2.0. Si parla di Enterprise 2.0 per definire “l’uso in modalità emergente di piattaforme di social software all’interno delle aziende o tra le aziende ed i propri partner e clienti”. Per social software si intende quell’insieme di tecnologie permettono alle persone di incontrarsi, scambiare informazioni e collaborare attraverso esse. E’ importante analizzare in modo attento la definizione di Enterprise 2.0 per capirne l’essenza. Il primo luogo, si parla di “piattaforma”, per definire un ambiente dove i contenuti vengono immagazzinati e resi disponibili in modo persistente nel tempo. L’aggettivo “emergente” indica il fatto che l’utilizzo del software non viene imposto dall’alto, ma piuttosto include dei meccanismi in grado di far emergere i pattern di utilizzo, prodotto dell’interazione tra gli utenti della piattaforma. Le caratteristiche di un software adatto per l’Enterprise 2.0 sono quindi fondamentalmente 6: strumenti di ricerca interna (“search”); utilizzo di link ipertestuali (“link”); possibilità di contribuire alla creazione e alla modifica dei contenuti (“authoring”); folksonomy (“tag”), possibilità quindi per gli utenti di catalogare il contenuto della piattaforma attraverso tag e altri strumenti utili; meccanismi di suggerimento automatici (“extensions”); tecnologie che permettono il diramarsi di notifiche sugli aggiornamenti (“signals”), come notifiche via mail, RSS.
Data la complessità di gestire e realizzare un sistema simile all’interno di ogni azienda, è stato applicato quello che si può definire un delivery model diverso dal solito: il software non è quindi consegnato all’azienda pacchettizzato, ma come servizio, solitamente completo di servizi di assistenza, supporto e personalizzazione.
Esempi di questi software sono forniti da SocialText, servizio di wiki per l’impresa; il già citato Basecamp, tool collaborativo con una serie di applicazioni, tra cui forum, wiki, liste di “to-do”, filesharing. Cogenz, servizi di social bookmarking per l’impresa.
L’Enterprise 2.0 sta diventando sempre più una necessità per l’azienda che necessita di strumenti di condivisione delle informazioni. I vecchi modelli di intranet, imposti dall’alto, hanno un livello di user engagement che ne ha sempre di fatto impedito l’utilizzo esteso da parte di dipendenti e fornitori. Un modello così radicalmente diverso, come quello offerto dall’Enterprise 2.0, si propone come una soluzione disponibile già da oggi per ovviare a queste difficoltà.
Dopo un breve periodo di stand-by che ci ha consentito di migrare tutta la piattaforma su Hosting SitoNerd, Pix-Yu torna alla carica con una grande novità. Da oggi infatti il photo-sharing di eventi fotografici che abbiamo lanciato a Dicembre dell’anno scorso, consentirà a tutti gli utenti registrati di guadagnare con le proprie foto. Come funziona? Per ogni 1000 page views uniche sulle proprie foto, si guadagnano 25 cent di euro. Nel profilo personale dell’utente è stato aggiunto il box “Il tuo bilancio“, che traccia le statistiche sulle proprie foto: una volta raggiunti i 25 euro si può richiedere il pagamento.
Un nuovo interessante modello di business basato sostanizalmente sul “revenue sharing“, la divisione tra sito e utenti degli introiti da advertising.
Il panorama dei siti per incontri, lo sappiamo, è molto affollato: i vari Meetic, Badoo, OneMeet, Cupido fanno leva su quella che storicamente (non dimentichiamolo) sembra essere stata la miccia che ha innescato l’esplosione commerciale del Web 2.0, ovvero, conoscere persone per avviare una relazione e incontrarsi.
La maggior parte di questi siti sfrutta il bisogno (a quanto pare molto forte) di “conoscere” e l’ampiezza delle community che vengono messe a disposizione per far pagare a peso d’oro il servizio offerto. E a giudicare dal successo che ottengono, il modello di business pare sia stato, almeno finora, vincente.
L’amico Francesco Romeo mi segnala l’uscita di un servizio completamente italiano, che come tale già ci fa simpatia :-): si chiama Seekame e a quanto pare sceglie un modello diametralmente opposto, ovvero quello free. Il “Social Network per cuori solitari”, consente infatti una registrazione completamente gratuita per iniziare subito a conoscere persone e decidere se incontrarle. Da questo punto di vista l’esperimento è da apprezzare perchè lato “biz” stimola la creazione di una massa critica di utenza, lato “user” permette l’accesso ad un servizio (quello degli incontri, appunto) che altrove occorre pagare. La prima domanda provocatoria che ci si può porre subito è: “ce n’era bisogno?” e soprattutto “c’è spazio ancora?”, ma la risposta non è immediata perchè il proliferare di siti del genere dimostra che probabilmente di spazio ce n’è ancora, soprattutto se il servizio offerto è gratis. La seconda domanda è se questo modello gratuito può “stare in piedi” o meno: ma anche qui, le variabili sono molte. Occorre considerare se la dimensione di crescita di una community di questo tipo riesca o meno a invogliare potenziali advertisers, se questa è la fonte di finanziamento scelta. Oppure capire se c’è una strategia di servizi “premium” a pagamento che non è ancora stata svelata (in questo caso Seekame seguirebbe il modello “freemium“: servizi base gratuiti, servizi premium a pagamento). Mi piacerebbe saperne di più, magari avviando una discussione qui, su questi bizmodel. Al di là dell’interfaccia utente, sicuramente migliorabile e a mio giudizio da rendere più “appealing”, la community è tutta da costruire ma sembra già “attiva”, quindi facciamo un grosso in bocca al lupo ai creatori di questo nuovo Social italiano!
Le analisi che periodicamente vengono effettuate sul target di utenti dei Social Network ci dicono che l’età media è piuttusto bassa, compresa in una fascia tra i 18 e i 30 anni.
Le ragioni sono scontate: una maggiore confidenza/abitudine nell’uso delle teconologie, una più spiccata attitudine ad accogliere le novità, la voglia di conoscere amici, persone dell’altro sesso, contatti di lavoro, ecc..
Ma cosa succederebbe se venissero applicate le potenzialità collaborative dei Social Media al “mondo” della terza età, studiando come offrire servizi 2.0 agli anziani?
Sulla necessità di rifletterci credo non ci sia bisogno di soffermarsi, viste:
le tendenze demografiche in Italia e in Europa (invecchiamento costante della popolazione) e quindi l’aprirsi di un vasto mercato di “nuovi utenti”
le caratteristiche di semplicità di utilizzo, possibilità di generare gruppi di supporto/aiuto/collaborazione e condivisione di esperienze tipiche degli strumenti Web 2.0 che ben si adattano alle esigenze del pubblico “over 60″
la disponibiltà di una fetta consistente di anziani a dedicare tempo ed energie per imparare a utilizzare le nuove tecnologie (secondo uno studio il 56% delle persone intervistate ha fissato tra gli obiettivi prioritari della propria “vita da pensionati” quello di imparare ad usare il computer).
La domanda da porsi è sicuramente come fare a coinvolgere i non più giovani perché uno strumento come quello dei Social Network possa cominciare a penetrare anche in quella fascia di persone. Da un lato occorre sicuramente incentivare iniziative top-down da parte delle amministrazioni pubbliche (corsi, incontri, discussioni), dall’altro, dovendo ad esempio ipotizzare una start-up dedicata a questo target (una scommessa di business?), credo che non si possa prescindere da:
Una spinta ancora maggiore verso l’usabilità, con test dedicati e mirati alle modalità di fruizione/apprendimento di un utente anziano. Andrebbero ad esempio eliminati tutti i “fronzoli” (funzionalità non “core”), che spesso sono la sostanza visiva di alcuni social network
Una supporto di e-learning/autoapprendimento consultabile sul sito, che segua step-by-step l’utente “over 50″ nella comprensione dell’interfaccia
Una campagna mediatica che parli il linguaggio della fascia di età in esame, ovviamente sui canali tradizionali (TV, Stampa, Radio, Affissioni)
Intanto scopriamo che in Inghilterra il DWP (Department for Work and Pensions) ha messo online il suo social network, al fine di promuovere il dibattito tra i non più giovani e il Governo.
A mio giudizio sono solo le prime mosse che vedremo per coinvolgere un target che, così come si è visto nel settore del turismo, dell’alimentazione e della medicina, può offrire un ampio margine di profitto.
Dopo il Venture Camp, il secondo evento interessante di settimana scorsa a cui abbiamo partecipato è stato il Marketing Camp, organizzato dal vulcanico Marco Camisani Calzolari con la collaborazione di Fabrizio Bellavista (Partner Psycho-Research) e Franco Giacomazzi (Professore Marketing industriale, Politecnico di Milano). L’incontro si è tenuto a Milano il 10 Ottobre nello splendido Palazzo Affari ai Giureconsulti (all’interno della manifestazione Innovation Circus) ed è stato davvero stimolante, per la grande varietà di tematiche affrontate ed esperienze personali/professionali condivise, oltre che per le tante occasioni di contatto e “human-networking”.
Il nostro intervento era incentrato sulle opportunità che i media sociali e l’approccio Web 2.0 possono offrire al mercato per trasformare la creatività (professionale o amatoriale) degli utenti internet in potenziale business. Abbiamo anche affrontato marginalmente la case-history di Succodimelone, che rappresenta la nostra applicazione concreta della visione espressa nella conferenza.
Di seguito trovate sia le slide della presentazione sia il video del mio intervento.
Nel giro di una settimana ho partecipato a due eventi molto interessanti: il primo dei due è stato il Venture Camp, organizzato da Fabio e tenutosi a Roma il 6 Ottobre alla John Cabot University. Tanti partecipanti (un centinaio), social networking “fisico” e ottimi spunti di riflessione sulle opportunità, le modalità e i requisiti per accedere a capitali necessari a finanziare start-up tecnologiche. In particolare, grazie ai tanti e interessanti interventi nei quali sono state illustrate esperienze dirette di imprenditori che hanno utilizzato venture capitals o “business angels”, si è posto l’accento sulla difficile situazione italiana, paragonata alla ben più consolidata “macchina da guerra” americana. Come dice Daniele, con il quale sono stato alla manifestazione, i pareri sulle cause di questa arretratezza sono discordanti, anche se i problemi più consistenti a me sembrano essere:
-un generale atteggiamento di “improvvisazione creativa” e scarsa progettualità che allontana e disincentiva gli investitori: occorre molta meno superficialità e più studio da parte degli aspiranti imprenditori, più analisi del modello di business che deve sostenere l’idea. Parola chiave: Business Plan
-un’endemica mancanza di infrastrutture, di “luoghi aggreganti” dove far circorlare capitali, idee, persone in un unico punto. A quanto pare il Web 2.0, Internet e i nuovi media non possono sostituire assolutamente la virtuosa collaborazione che nasce quando gli attori di un processo si trovano nello stesso luogo. Servirebbe concentrare, farci la “nostra” Silycon Valley (Torino?) e potremmo essere in grado di giocarcela a livello internazionale. Anche perchè pare che in Italia il livello di competenze ICT e i costi della manodopera siano assolutamente competitivi. Parola chiave: infrastrutture
-una burocratizzazione che allunga terribilmente i tempi/costi per avviare un’azienda e impedisce di conoscere ed accedere con semplicità a tutte le possibili fonti di finanziamento, tra cui appunto i Venture Capital. Parola chiave: semplificare.
Sono sostanzialmente tutti mali strutturali italiani, problemi che consociamo, ma è sempre bene rinfrescarceli e, perché no, impegnarsi ciascuno nel proprio ambito per superarli.
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