Le regole d’oro di Twitter

4 Dicembre 2009 // Claudio Vaccaro // Web 2.0 | 6 Commenti »

twitter

Carine le regole “Tao” di scritte da Soren Gordhamer di Mashable.

Ecco una mia versione molto libera e molto italiana :-)

  1. Fatti, non pugnette: il fatto che tu dica continuamente quanto sei bravo e acculturato non interessa a nessuno. Lascia che le tue qualità emergano da quello che dici e da come lo dici, da ciò che condividi e da come rispondi. Questo vale in particolare per tutti gli “Esperti di [qualcosa]“
  2. Chiedimi se sono felice: stare su solo perchè devi starci, perchè è di moda o perchè vuoi vendere di più si capisce subito. Fatti prendere dal mezzo, solo così capirai tutte le sue potenzialità. Amalo e usalo.
  3. Datte una regolata: ok, il mezzo è fatto apposta per dire cosa stai facendo e cosa sta succedendo potenzialmente in ogni istante. Ma tieni conto che il fatto che tu stia andando in bagno potrebbe non interessare ai tuoi 500 followers.
  4. Non sono stato spiegato: perdere tempo a capire il mezzo tecnologico, le sue possibili evoluzioni e come potresti utilizzarlo non ha tanto senso. Usalo nel modo più giusto per te, in fondo è solo uno spazio bianco da riempire.

Qui l’articolo originale

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Social Network per bambini? Ecco MyPage, il web 2.0 sicuro

1 Dicembre 2009 // Claudio Vaccaro // Web 2.0 | 2 Commenti »

social network bambini web 2.0

Tempo fa avevamo affrontato l’argomento “social network per la terza età“, constatando come gli over 60 potessero essere un target di mercato particolarmente interessante per diversi online applicati al social networking (adv profilato, ecommerce, ecc…). Oggi invece, seguendo una richiesta di following di un utente su mi sono imbattuto in MyPage, una startup italiana molto interessante che indirizza il target diametralmente opposto: quello dei bambini. Non è una novità assoluta, ma è la prima volta che mi capita di subire il cosiddetto “effetto wow” al primo accesso all’Home Page del servizio: il tipo di creatività utilizzata infatti attira subito l’attenzione di noi navigatori adulti particolarmente assuefatti a un certo tipo di comunicazione “webduepuntozero” ormai quasi standardizzata. In ogni caso in pochi passi mi sono registrato e ho provato a costruire la mia pagina da bambino (divertendomi assai, tra l’altro :-) ). Ecco secondo me i punti di forza di questo servizio che potrebbero decretarne un buon successo di :

  • Comunicazione azzeccata nel tono e nel design, anche nei dettagli
  • Semplicità estrema della User Experience: provate a crearvi una pagina per capire
  • L’utilizzo di un efficace e “blindato” sistema di Parental Control: il genitore deve autorizzare la registrazione del bambino (mediante la sottoscrizione di una apposita), e configurare un proprio account separato con una serie di dati che il bambino non può modificare. Deve anche inviare un documento oppure un pagamento di 1 euro con Paypal: io volevo crearmi un account di prova ma mi sono dovuto bloccare, per intenderci! Il bambino non autorizzato dai genitori non può aggiungere amici, ad esempio.
  • Funzionalità da (profilo personalizzabile, messaggi, amici) ma contenuti adatti al target (navigate tra i cosiddetti “kidget”, ovvero widget per bambini, per capire quello che intendo)
  • Localizzazione del servizio già in 3 lingue: italiano, inglese, francese. Si rivolge quindi già a un pubblico molto ampio e può quindi fare la giusta economia di scala
  • intuibile e con buone potenzialità: advertising di prodotti per bambini e soprattutto tanti “kidgets” sponsorizzati (esempio: Lego) per arricchire il proprio profilo, così come hanno insegnato le apps di . Inoltre, pagine per brand o istituzioni che vogliono intercettare quel target (es: Giffoni)

Complimenti quindi all’idea (che ha già avuto i primi riconoscimenti) ma soprattutto alla sua execution, che è ingrediente fondamentale per il successo dell’idea stessa. Dopo il fenomeno delle mamme blogger, inizia un trend di servizi dedicati ai bambini? Io credo proprio di sì…e voi?

Threadsy, mail e messaggi social insieme: inizia la sfida per la Inbox 2.0

17 Novembre 2009 // Claudio Vaccaro // Web 2.0 | 1 Commento »

Social media marketing google search

Come sappiamo oggi la mailbox non è più l’unica piattaforma sulla quale riceviamo messaggi, anzi: molti internet heavy user sosterrebbero che dall’avvento dei Social Media in poi le email rappresentano la minor parte dei messaggi ricevuti, e la tendenza è un fatto dimostrato. Le fonti di messaggi “social” più comuni  oggi sono la posta di e i messaggi diretti di , fatto che ci obbliga a visitare almeno 2 siti diversi oltre alla nostra mailbox. La tendenza “aggregativa” delle applicazioni (che grazie alle API riescono a combinare fonti informative diverse in un’unica interfaccia) e l’esigenza di gestire in maniera più efficiente il flusso di messaggi che riceviamo, trovano una risposta molto interessante in Threadsy. E’ ancora una beta privata, ma l’abbiamo provata e la sensazione è quella di trovarsi davanti a “quello di cui avevamo bisogno”: una volta registrati basta inserire le credenziali della propria di Gmail, del proprio account e di e l’applicazione in pochi istanti ci costruisce il nostro ambiente di messaggistica integrato. Tutto è a portata di mano e presentato come una inbox: a prescindera dalla fonte (che viene comunque riportata) tutto è messaggio e viene visivamente riportato come tale. A seconda della tipologia, ovviamente, se rispondiamo otterremo risultati diversi: invieremo una , un Twit, un messaggio di , restando sulla stessa applicazione. L’altra “gamba” su cui poggia è la gestione dello stream degli amici: le notifiche di e provenitenti dal nostro network vengono aggregate e visualizzate in un’area della pagina (più piccola): niente di nuovo in questo caso, ma comunque comodo visto che possiamo commentare direttamente i contenuti prodotti dai nostri amici. Continueremo a provare il servizio (premiato anche da Techcrunch) che ci sembra un’ottima risposta  al tema molto attuale del “” (Personal Information Management) e che molto probabilmente sarà seguito a ruota da diversi altri, compresi big del settore. Molte cose sono da migliorare, ad esempio la lentezza dell’applicazione, ma se volete provarlo anche voi basta richiedere un invito nell’home page del servizio.

Come cambia il ruolo del Community Manager

21 Maggio 2009 // Claudio Vaccaro // Web 2.0 | 1 Commento »

Per fare il nell’epoca del non è più sufficiente gestire il rapporto con gli utenti e intraprendere azioni di marketing per farla sviluppare e crescere: significa interpretare da un lato i needs degli utenti e implementarli (quindi comprendendo anche ruoli da Product Manager) e dall’altro farsi traduttore dei valori del brand e della Community stessa, rendendoli “visibili” in ogni aspetto: interfaccia utente, funzionamento del prodotto/servzio, rewarding dei contenuti di qualità. Ascolto e azione, quindi, come sempre con passione, il valore impalpabile che gli utenti annusano a kilometri di distanza.

Twitter Search: nuova applicazione o ipotesi di business model?

6 Marzo 2009 // Claudio Vaccaro // Prodotti e Servizi, Web 2.0 | 1 Commento »

twitter search

Che Twitter sia uno strumento potentissimo

è ormai un fatto stranoto.
Sappiamo anche che questo servizio Web 2.0 di microblogging abbia suscitato molto interesse da parte dei Big , quali ad esempio . E sappiamo che il modello di business ancora fatica ad essere trovato.
Forse un risposta (o meglio, una potenziale risposta) viene da questo nuovo strumento rilasciato, Twitter Search, che consente di effettuare richerche su tutte le pagine generate dai suoi utenti. Al momento non si vede alcun tipo di advertising, ma la resta un modello di business tra i più antichi e ancora oggi solidi. che abbia capito come far fruttare le sue 38 milioni di cinguettii?

Codice Internet: come divulgare Internet alle persone

25 Luglio 2008 // Claudio Vaccaro // Divulgazione, Social Ideas, Web 2.0 | Scrivi commento »

Le capacità di divulgatore di Marco Montemagno sono fuori discussione, le sue performance live e il suo programma su Sky trasmettono passione e competenza, mescolate con l’abilità di far capire concetti anche complessi ai più. Uno dei suoi “cavalli di battaglia” è sempre stato la critica alle modalità con le quali gli old-media trattano l’argomento Internet, deformando la realtà, mistificando, generando paure ingiustificate per fare notizia.
Con il progetto Codice Internet, lanciato proprio da Marco, si vorrebbe superare questo gap, costruendo un think-thank e un centro di di Internet per le persone. Ecco il che spiega il tutto. Anche il sottoscritto, ovviamente, aderisce. In bocca al lupo, a tutti.

Movers: i migliori siti Web 2.0

8 Luglio 2008 // Claudio Vaccaro // Dati e Ricerche, Metriche, Social Networks, Web 2.0 | 3 Commenti »

movers web 2.0 social network
Scusate la recente latitanza ma è un periodo particolarmente “caldo”, non solo per il clima africano. :D
Per tutti gli interessati a comprendere come si evolve il mercato delle apps e dei vi segnalo Movers 2.0, un interessante panel che riporta una classifica dei servizi più utilizzati su base totale, mensile, settimanale, giornaliera. I dati sull’ sono ricavati da Alexa, il resto da Technorati e Google.
Un ottimo strumento per darci una fotografia immediata dei principali competitors 2.0. Credo che lo consulterò spesso, voi?

Via FrozenFrogs

Il Web 2.0 in italiano

2 Luglio 2008 // Claudio Vaccaro // Divulgazione, Web 2.0 | 4 Commenti »

Non è un nuovo , anzi. Ma mi era sfuggita la versione con il doppiaggio in italiano (by Luisa Marini e Aldo Torrebruno del Politecnico di Milano) del geniale del Dr. Micheal Welsh. Il Web 2.0 come nessun altro ha saputo spiegare meglio. Ora non ci resta che fare lo stesso che spieghi come si cambia la testa alle aziende ;)

Modelli, scopi e ROI delle PR online

25 Giugno 2008 // Claudio Vaccaro // Blogosfera, Business Models, Politica 2.0, User Generated Content, Web 2.0 | 11 Commenti »

internet pr-online
Diversi eventi e post nell’ultima settimana fanno riflettere in merito alla domanda: ne vale davvero la pena? Mi spiego meglio: a fronte di un’attività fortemente impegnativa quale è appunto la gestione delle relazioni e l’acquisizione di contatti online attraverso , , Forum, ecc…, quale è il reale “ritorno di investimenti” (e per investimenti non intendiamo tanto quelli economici ma più che altro quelli in termini di tempo)? Il gioco vale la candela? Verrebbe da rispondere: dipende. Ma vediamo prima cos’è successo.
In una settimana chiudono Giovy ed Elmanco, l’uno per problemi personali, l’altro per un motivo che stimola una discussione intorno all’impegno e ai risultati attesi:

a Maggio 2008 [...] oltre 40.000 visitatori unici assoluti [...] Tuttavia non basta, o meglio, non è bastato per rendere questo sito una dignitosa attività editoriale a tempo pieno. I numeri sono sempre bassi per assicurare entrate pubblicitarie sufficienti da parte degli inserzionisti italiani, e le prospettive di crescita sono troppo oscure per convincermi a mantenere l’impegno dopo due anni e mezzo di pubblicazioni. Curare ELMANCO come ho fatto finora, infatti, è un impegno da almeno 5 ore al giorno, che non lascia molto tempo ad altre più redditizie, ma meno stimolanti, attività.

MarketingArena spinge a riflettere sull’attività e la sostenibilità del blogging:

chi vende vince. Vendiamo cose diverse ma l’errore di elmanco è stato quello di essere troppo poco tangibile per vendere sé stesso (purtroppo siamo ancora uomini e spostarsi materialmente è molto poco 2.0) e troppo bello e impossibile per vendere il proprio , un gioiello, un’oasi ma anche un prodotto editoriale complesso che non ha trovato il canale ideale. Come capite sono molto sconfortato dalla notizia perchè fa crollare alcuni miti sulla sostenibilità del web innovativo ed in particolare del : se un non può vivere da solo, un è un braccio di un’altra entità, dobbiamo prenderne atto, capire che la nostra attività non può e non potrà mai essere -centrica, il sta al business come l’automobile sta all’uomo, è un mezzo non un fine.

Effettivamente nonostante i miti del “fare soldi online” e del “lavora da casa con internet” siano ben radicati e diffusi (oltre che sospinti dagli stessi che perseguono quell’obiettivo, per acquisire nuovi contatti interessati), le cose non stanno così. Anche sul piano politico, Marco scrive un post disilluso che indubbiamente fotografa una situazione (sicuramente in evoluzione ma attualmente più che realistica):

Poi ho capito che alle urne i voti si contano e per quanto le opinioni possano essere virali, quando si entra nella cabina si può votare solo “uno”. Non si porta dentro la link popularity, la reputation o il page rank. Per quanto i nostri politici non conoscano il web, sanno però fare un semplice conto: uno spot non crea problemi di gestione e porta milioni di contatti. Le attività online generano una quantità enorme di problemi, dalla comprensione del mezzo sino alla richiesta di trasparenza. Inoltre generano poche centinaia di migliaia di contacts quando va bene.

Il punto è, a mio giudizio, che non deve essere messo in discussione il modello delle in sé, ma il fine che queste hanno. Solo in pochissimi casi un’attività sociale su Internet e una produzione di contenuti editoriali autonoma, a fronte di un impegno gravoso e spesso “snervante” riesce a sostentarsi e diventare un’attività a tempo pieno, quindi è bene prendere coscienza di quali siano effettivamente i fini a cui possiamo ricondurre qesto tipo di attività. Credo che, sintentizzando, possiamo ricondurre questi “scopi” del “mezzo” PR&UGC a tre casistiche:

  • 1) UGC “no profit”: l’utente non aspira a sostentarsi né segue una stringente linea editoriale, semplicemente “dice al mondo chi è”, quello che pensa, quello che fa a un gruppo ristretto di amici/conoscenti. E’ la produzione di contenuti senza troppe domande, che rappresenta la gran parte della “torta” UGC.
  • 2) Self-Marketing & professional target: si vende sé stessi o la propria azienda come “prodotto” da posizionare in un mercato ben preciso. I motivi sono diversi: ricerca di lavoro, promozione indiretta delle proprie attività di consulenza, acquisizione di reputation, corporate blogging. Il ROI non è rappresentato da un ritorno economico ma dalla reputazione acquisita che può essere spesa per opportunità professionali.
  • 3) Fundraising & Micro-Finanziamenti: in questo caso le attività online e le relative PR hanno come scopo la persuasione all’adesione di una causa, sia essa politica, solidale, a scopi personali. Rientrano in questo gruppo, ad esempio, le campagne per la raccolta fondi di un partito politico (vedi Obama) o di un’associazione ONLUS.

Ve ne viene in mente qualcun’altra?

Web 2.0 e modelli di business: le chiavi per il successo di un’idea

16 Giugno 2008 // Claudio Vaccaro // Business Models, Web 2.0 | 5 Commenti »

web 2.0 business model social mediaQuando in una domanda vengono pronunciate le parole “” (in italiano “modello di business”) spesso si genera un misto di timori, reverenza, indecisione e quasi un atavico senso di colpa, a dimostrare quanto sia un territorio ricco di insidie spesso sottovalutato, in un mercato di prodotti internet dove l’improvvisazione, la genialata e il ragazzino nel garage fanno parte della mitologia comune.
E’ chiaro invece che la questione “” è la prima domanda essenziale che occorre porsi una volta che si ha una fatidica “idea”. Con l’ondata di prodotti e servizi , sono stati sperimentati e in molti casi si sono già consolidati diversi , molti dei quali nati grazie alle esperienze negative della famosa bolla della new economy, durante la quale la diffusa mancanza di modelli atti a generare business ha decretato la morte di molte aziende. Ma quai e quanti sono questi modelli? Lo scopriamo grazie agli ottimi Digital Natives, dai quali riporto interamente l’analisi presente anche nel libro “Web 2.0 per le aziende

Free

L’utilizzo del prodotto è completamente gratuito: i ricavi vengono quindi da altre fonti, come ad esempio l’advertising, o sui ricavi dell’offerta dei servizi da partner. E’ tra i modelli più usati per i content site, quei siti cioè dove il contenuto è al centro del servizio offerto: giornali e riviste on-line, network sociali, network di , siti di condivisione , audio e fotografie.
Gli strumenti che hanno reso possibile la sostenibilità di un simile modello di business sono principalmente due: la possibilità di generare pubblicità contestuali, legate cioè al resto del contenuto della pagina, il cui esempio più famoso è AdSense, il circuito di Google che fornisce pubblicità alla maggior parte dei siti di che utilizzano questo tipo di tecnologie. Un software analizza il contenuto della pagina, e lavorando su parole chiave, immagini e struttura, sceglie in tempo reale dal database quali sono le pubblicità che potrebbero interessare agli utenti della pagina in oggetto. Questo metodo di visualizzazione di pubblicità permette di aumentare le probabilità che un utente, capitando su quella pagina, clicchi sulla pubblicità: il sistema rileva il click e corrisponde, a seconda del valore assegnato secondo calcoli di precedenza, rilevanza, e numerosi altri fattori, un compenso al proprietario del sito. A seconda del tipo di contenuto offerto dal sito, la percentuale di clic sul totale delle visualizzazioni può essere più o meno alta: è per questo fondamentale sviluppare un’esperienza sul posizionamento degli spazi pubblicitari in pagine frequentate e con una quantità e qualità di contenuto adatta a far sì che il sistema calcoli correttamente l’ambito.
L’altro strumento utile è quello degli affiliate programs: alcuni servizi (come TradeDoubler e Zanox su larga scala, ma anche altri servizi dipendenti direttamente dal promotore del programma, come quello di Expedia) hanno infatti sviluppato dei servizi grazie ai quali è possibile diventare partner commerciali del servizio pubblicizzato, percependo una somma prestabilita per ognuna delle conversioni in transazione che viene portata a termine partendo dal sito su cui compare la pubblicità. Un esempio: cliccando un banner di Expedia da un sito di viaggi, la transazione verrà “imputata” al sito di provenienza, al quale verrà corrisposta una cifra stabilita. Attraverso TradeDoubler e Zanox è possibile affiliarsi a più partner in contemporanea, con pochi click, permettendo così all’autore del sito di aumentare la varietà di annunci da pubblicare.

Alcuni esempi: MySpace, , Ciao.it, Kelkoo.it, Trovaprezzi.it, Google , YouTube

Free to use, pay for related service

E’ un modello di business tipico delle aziende che producono software open source: il software in sé è gratuito, modificabile, second le regole della licenza con cui viene rilasciato; i servizi correlati, come ad esempio installazione, assistenza, personalizzazione, parametrazioni, training, nuove caratteristiche, e consulenza, sono invece offerti a pagamento. E’ un modello particolarmente efficace perché innesca i meccanismi di viralità tipici dell’open source. E’ il caso ad esempio di WordPress, prodotto dalla società Automattic, che offre servizi relativi ai ad aziende e professionisti. Grazie al fatto che WordPress è open source, il loro software è diventato di fatto uno standard nel mondo dei , tanto che anche altre società concorrenti, come SixApart, la società dietro a Movable Type, ha recentemente cambiato la licenza del suo software (se pure con alcune limitazioni).
Linux, sistema operativo open source che sta conquistando una fetta di mercato sempre più ampia, esiste in diverse edizioni, a seconda della società che offre supporto tenico per ognuna di esse. Così, RedHat Inc., è un esempio di successo per quel che riguarda lo sviluppo di su questa logica: è oggi una società quotata a Wall Street con una capitalizzazione che supera i 3 miliardi di dollari; la distribuzione Red Hat è di fatto uno standard per quel che riguarda l’utilizzo di Linux nell’impresa.

Alcuni esempi: WordPress/Automattic, Linux/RedHat, MovableType/Sixapart, Drupal/DrupalServices

Freemium

E’ tra i più usati per servizi che prevedono l’utilizzo di una quantità di risorse/utente elevata, e che quindi hanno la necessità di assicurarsi di poter mantenere economicamente le infrastrutture hardware.
Il servizio viene tipicamente offerto su più livelli: un primo livello, base, gratuito, con il quale l’utente può iniziare a provare le principali caratteristiche del servizio, e successivi uno o più livelli a seconda della quantità di risorse impiegate.
All’interno di questo modello di business esistono delle distinzioni importanti: si deve distinguere infatti tra servizi che vengono pagati attraverso abbonamento, pagamento di una licenza d’uso, il modello “utility”, utilizzato da Skype, offre una parte di servizio gratuitamente, e una serie di servizi avanzati a pagamento; infine, un quarto tipo di modello, più nuovo, utilizzato tipicamente in Second Life e altri simili mondi virtuali, dove si crea un’economia interna, sulla base di un servizio gratuito o in abbonamento

Il servizio su abbonamento prevede il pagamento di un canone periodico, che sblocca una serie di servizi avanzati. Ad esempio, Flickr, il sito di condivisione di fotografie più utilizzato sul web, può essere utilizzato gratuitamente con alcune limitazioni come il numero di foto o la possibilità di creare il numero desiderato di album.

Il servizio su licenza prevede invece il pagamento di una somma di denaro per acquistare una licenza per il prodotto (con una durata temporale, o meno): la licenza permette di utilizzare il prodotto secondo i suoi termini, in modo del tutto simile ai servizi su abbonamento. Un esempio è Basecamp, un tool di collaborazione molto usato da piccoli e grandi team per lavorare in gruppo: viene acquistata una licenza d’uso per il programma, per la quale viene corrisposta una somma mensile e vengono sbloccati i conseguenti servizi.

Il servizio basato sul modello utility invece, offre una serie di servizi gratuitamente, e la possibilità di acquistare nuovi servizi collaterali e che integrano il servizio gratuito, con un corrispettivo economico modesto. Un esempio è Skype: l’utilizzo del software pc-to-pc è gratuito, mentre è a pagamento l’utilizzo del software per chiamare telefoni fissi e cellulari. Skype offre inoltre servizi quali la segreteria telefonica, SkypeIn, la possibilità di farsi chiamare sul telefono personale utilizzando Skype, e diversi altri servizi acquistabili dal sito di Skype.

Il servizio con abbonamento facoltativo e economia interna sono tipici dei mondi virtuali e di quelle comunità che prevedono uno scambio di beni virtuali al loro interno. L’esempio più famoso è Second Life, mondo virtuale gratuito all’interno del quale gli utenti possono acquistare e scambiare beni in cambio di moneta virtuale, che viene però acquistata con moneta reale. E’ anche possibile, nel caso in cui si volesse passare ad un uso avanzato della piattaforma, sottoscrivere un abbonamento, che prevede lo sblocco di diverse nuove feature per gli utenti che volessero fare un uso professionale del sistema.

Alcuni esempi: Flickr, Basecamp, Ning, Match.com, Meetic, Second Life, Skype

Freedom to pay

E’ un modello di business basato sulla convinzione di offrire un servizio utile per l’utente e la comunità, che nessun altro fornisce con quella qualità a prezzi inferiori. E’ il caso ad esempio del software shareware, utilizzabile (con o senza limitazioni) gratuitamente, con l’opzione di acquistarlo se lo si trova utile. WinZip, popolare strumento di compressione e decompressione di file sul computer, ha basato per anni la sua sopravvivenza su questo modello di business.

L’altro esempio sono le associazioni no profit che offrono servizi utili, accettando donazioni: vi è quindi la scelta da parte dell’utente di contribuire o meno all’associazione, pur potendo usufruire dei suoi servizi in modo completamente gratuito. Un esempio è Creative Commons, associazione che si occupa di redigere e gestire licenze per un copyright alternativo; un altro esempio è Wikipedia, prodotto gestito dall’associazione Wikimedia e utilizzato ormai da un numero sempre maggiore di utenti.

Alcuni esempi: Creative Commons, Wikimedia, Free Software Foundation, WinZip, AdAware

Nothing free

I servizi offerti dalle aziende che utilizzano il modello “nothing free” sono sempre e comunque a pagamento, in alcuni casi prevedendo un revenue sharing con l’utente. Si dividono tipicamente in due categorie: broker/market maker, e merchant. Nel primo caso, il servizio funge da mediatore tra l’utente e il cliente, prevedendo una divisione degli utili della transazione. Esempi di questo tipo di modello di business sono PayPal, eBay, Google AdWords, che offrono il loro servizio in cambio del pagamento di un canone (nel caso di AdWords) o di una percentuale (PayPal, eBay). Il modello “merchant” invece è quello più simile al negozio tradizionale, dove vengono venduti prodotti di consumo: esempi di questo tipo di modello di business sono iTunes e Amazon, i due punti di riferimento per il mercato di musica e libri, rispettivamente.
Altri esempi del modello “nothing free” sono Lulu.com, un servizio grazie al quale un utente può inserire il proprio libro, o altri media digitali, on-line e permettere ad altri utenti di ordinarlo in copia stampata o digitale, dietro corrispettivo di un compenso che viene poi diviso con l’autore.
Zooppa.com, sito di social advertising, che permette alle aziende di commissionare, dietro il pagamento di una somma concordata, una campagna pubblicitaria sfruttando i talenti di tutta una serie di persone che si iscrivono come creativi.
Zzub

Enterprise 2.0: SaaS

Per chiudere il capitolo sui , vale la pena di soffermarsi su una delle tendenze che si sta affermando in questi ultimi tempi, che non può essere considerato un di per sé, ma che si basa sulle logiche del “nothing free” per offrire servizi a costi contenuti per le aziende che vogliano implementare al loro interno logiche di organizzazione che prendono il nome oggi di Enterprise 2.0. Si parla di Enterprise 2.0 per definire “l’uso in modalità emergente di piattaforme di social software all’interno delle aziende o tra le aziende ed i propri partner e clienti”. Per social software si intende quell’insieme di tecnologie permettono alle persone di incontrarsi, scambiare informazioni e collaborare attraverso esse. E’ importante analizzare in modo attento la definizione di Enterprise 2.0 per capirne l’essenza. Il primo luogo, si parla di “piattaforma”, per definire un ambiente dove i contenuti vengono immagazzinati e resi disponibili in modo persistente nel tempo. L’aggettivo “emergente” indica il fatto che l’utilizzo del software non viene imposto dall’alto, ma piuttosto include dei meccanismi in grado di far emergere i pattern di utilizzo, prodotto dell’interazione tra gli utenti della piattaforma. Le caratteristiche di un software adatto per l’Enterprise 2.0 sono quindi fondamentalmente 6: strumenti di ricerca interna (“”); utilizzo di link ipertestuali (“link”); possibilità di contribuire alla creazione e alla modifica dei contenuti (“authoring”); folksonomy (“tag”), possibilità quindi per gli utenti di catalogare il contenuto della piattaforma attraverso tag e altri strumenti utili; meccanismi di suggerimento automatici (“extensions”); tecnologie che permettono il diramarsi di notifiche sugli aggiornamenti (“signals”), come notifiche via , RSS.

Data la complessità di gestire e realizzare un sistema simile all’interno di ogni azienda, è stato applicato quello che si può definire un delivery model diverso dal solito: il software non è quindi consegnato all’azienda pacchettizzato, ma come servizio, solitamente completo di servizi di assistenza, supporto e personalizzazione.

Esempi di questi software sono forniti da SocialText, servizio di wiki per l’impresa; il già citato Basecamp, tool collaborativo con una serie di applicazioni, tra cui forum, wiki, liste di “to-do”, filesharing. Cogenz, servizi di social bookmarking per l’impresa.

L’Enterprise 2.0 sta diventando sempre più una necessità per l’azienda che necessita di strumenti di condivisione delle informazioni. I vecchi modelli di intranet, imposti dall’alto, hanno un livello di user engagement che ne ha sempre di fatto impedito l’utilizzo esteso da parte di dipendenti e fornitori. Un modello così radicalmente diverso, come quello offerto dall’Enterprise 2.0, si propone come una soluzione disponibile già da oggi per ovviare a queste difficoltà.