Socialware http://www.socialware.it marketing, mercati e marche che amano i social media Wed, 28 Mar 2012 10:51:32 +0000 en hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.3.1 Meno display, più content: l’adv (timidamente) verso il social banner? http://www.socialware.it/advertising20/meno-display-piu-content-ladv-timidamente-verso-il-social-banner http://www.socialware.it/advertising20/meno-display-piu-content-ladv-timidamente-verso-il-social-banner#comments Wed, 09 Mar 2011 14:55:01 +0000 Claudio Vaccaro http://www.socialware.it/?p=224 social banner nissan leaf advertising 2.0

Oggi mi sono imbattuto in un display MPU (il “glorioso” 300×250) che ha attirato la mia attenzione (e già questo è un successo, no?): è il banner di una campagna Nissan (lo vedete qui su) e se lo osservate bene capite perchè:

  • Ha dentro dei contenuti (video in questo caso, legati alla press conference per il lancio della Nissan Leaf)
  • E’ dinamico e integrato con i Social (uno stream di Twitter basato sull’hashtag #nissanleaf e bottoni per la condivisione su & Co.)
  • Ha una vero e propria navigazione interna (un minisito dentro un banner?)
  • E’ in 7 lingue diverse

Interattivo, sociale e con diversi contenuti. Insomma, più un widget che un banner.

Dove sta l’inghippo? Da quanto ho visto, la lentezza di caricamento farà venire un po’ di mal di pancia a chi dovrà giustificare la scelta di questo formato.

Sicuramente siamo ancora lontani da certe teorie eretiche, però forse qualcosa sta cambiando…o è solo un evoluzione dei formati rich ? Voi che ne dite?

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Facebook Like, Diesel Dislike e tutto quel che ne consegue http://www.socialware.it/advertising20/facebook-like-diesel-dislike-e-tutto-quel-che-ne-consegue http://www.socialware.it/advertising20/facebook-like-diesel-dislike-e-tutto-quel-che-ne-consegue#comments Tue, 01 Mar 2011 14:54:09 +0000 Claudio Vaccaro http://www.socialware.it/?p=222 diesel facebook app dislike
Mentre cambia il modo in cui nelle bachece degli utenti vengono mostrati i contenuti su cui hanno espresso il “” (rendendolo molto più evidente secondo alcuni, invasivo secondo altri) c’è chi, sfruttando la pervasività ormai culturale dell’ “oggetto ” si inventa un social object, una campagna col viral dna o una killer app a seconda dei punti di vista. E’ , marca che ha sempre fatto della creatività il suo posizionamento (e viceversa), che tira fuori un asso dalla manica (o un uovo di colombo): è la Dislike app, l’applicazione Facebook che consente di dire ai nostri amici cosa non ci piace (es: la polizia, la guerra, i politici). Cosa c’è di più facile, efficace e coerente con la marca a livello di comunicazione? Nulla. Ed è per questo che non ho dubbi sul fatto che l’applicazione si avvii a riscuotere un successo clamoroso.
Nel frattempo:
-la modalità di condivisione dei like sulle bacheche degli utenti (dove da ora in poi verranno mostrate anche le immagini del contenuto) genereranno ancora più referral e traffico da Facebook
-Google corre ai ripari intuendo che Facebook è sempre di più “il filtro sociale della rete”

For one thing, the young’ens are using social tools such as Facebook to sidestep all the junk found in a Google search.

ps: naturalmente al terzo posto della classifica c’è “italian politicians”. A voi i commenti.
ps2: …e in Italia, qualcosa sta per accadere

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La via del Web Format: comunicazione e innovazione nell’era post-Web 2.0 http://www.socialware.it/web-strategy/la-via-del-web-format-comunicazione-e-innovazione-allepoca-del-post-web-20 http://www.socialware.it/web-strategy/la-via-del-web-format-comunicazione-e-innovazione-allepoca-del-post-web-20#comments Fri, 25 Feb 2011 11:39:15 +0000 Claudio Vaccaro http://www.socialware.it/?p=221 web format claudio vaccaro web strategy

Uno degli effetti più dirompenti del Web 2.0, dalla diffusione dei servizi UGC all’affermazione di tecnologie cloud, è stato quello di aver reso l’aspetto tecnico irrilevante nel processo di produzione e promozione di contenuto. Tutti oggi possono produrre contenuto a costi e difficolta tecniche irrisorie sia dal punto di vista hardware che software: abbiamo telecamere e videocamere a basso costo, Youtube per condividere video, Flickr per le foto, WordPress per creare ambienti (non più semplici blog), Google Docs per documenti e pianificazioni, i diversi Social ( in primis) per tirare le fila e mettere tutto insieme.

Ma dopo la “grande abbuffata” di nuovi servizi e piattaforme che ci hanno reso la vita più semplice e ricca di contenuti, assistiamo ora a una fase di concentrazione di marche e contrazione di strumenti: si sta via via affermando un servizio giusto per ogni bisogno specifico.
Sono gli utenti stessi a decretare il successo di una o l’altra piattaforma (e di solito si afferma la migliore, punto e basta) e raramente vincono le piattaforme che consentono di fare “la qualunque”, per dirla alla Albanese: più il prodotto è ritagliato su un bisogno specifico, più vince: Twitter insegna.
Inoltre, estremizzando, possiamo affermare che sul piano delle piattaforme UGC “ci siamo detti (quasi) tutto”: si potranno perfezionare i servizi, renderli più semplici, veloci, performanti ma è difficile che nasca “un altro Youtube” per condivdere video o un altro Twitter per la microinformazione e così via. La rivoluzione (da questo punto di vista) è finita.

Mentre per l’utente medio il panorama si semplifica (magari impoverendosi, ma è un fatto è che l’80% del tempo speso su Internet da un utente è concentrato su una manciata di siti), parallelamente si pone però un bell’interrogativo per le web company che vivono della creazione di nuovi servizi e le che devono ancora vedere la luce. Consolidata la posizione in ambito search, archiviata la lotta sulle piattaforme UGC, in cantiere e non ancora conclusa quella su “LA” piattaforma social (anche se vedo difficilmente scalzabile Facebook), quale può essere il nuovo driver di innovazione e proposizione commerciale per aziende come Google? Dagli ultimi flop di Big G capiamo che la risposta non è semplice. Ma da un paio di episodi visti recentemente mi pare di intravedere una nuova tendenza, che chiamerei quella dei “Web Format”: Google Weddings (uno strumento di pianficazione del matrimonio, che sfrutta tutti i tool di Google come docs, siti, youtube, calendar, ecc..) e Google Recipes (un motore di ricerca per ricette, customizzato al meglio per offrire l’esperienza migliore a chi deve cucinare). Guardando oltre Google, sta scatendando molto buzz ultimamente il nuovo Stay.com, che mixa condivisione di consigli a tema viaggi con il format della “Guida turistica UGC scaricabile”.

Cos’è un web format? Potrei definirlo un mix di servizi web differenti (es: blogging e videosharing) scelti intorno a domini semantici verticali (es: viaggi), impacchettati in un bisogno molto specifico (es: guida vacanze). Lo schema in alto riassume la mia visione.
Nel Web format si sposta l’attenzione dall’aspetto tecnologico/di servizio all’aspetto creativo/di comunicazione, che ovviamente diventa centrale. Inoltre, occore avere un buon “cuoco” (un product manager) che sia in grado di mixare sapientemente i diversi ingredienti utili all’utente. Con il Web Format il web si allontana sempre di più da “strumento tecnico” e diventa sempre di più “territorio di comunicazione” e, anche se non piacerà a tutti, .

E’ un approccio che chi fa comunicazione capisce bene ma che non era così scontato per chi ha sempre fatto innovazione tecnologica con la religione del “servizio”.
Credo che questo sia solo l’inizio di un radicale cambio di prospettiva e direzione che prenderanno anche le attuali big company del web. Voi cosa ne pensate?

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Una tesi sul Social Media Marketing: conversazione su brand e consumatori nell’arena social http://www.socialware.it/social-media-marketing/una-tesi-sul-social-media-marketing-conversazione-su-brand-e-consumatori-nellarena-social http://www.socialware.it/social-media-marketing/una-tesi-sul-social-media-marketing-conversazione-su-brand-e-consumatori-nellarena-social#comments Thu, 17 Feb 2011 14:56:42 +0000 Claudio Vaccaro http://www.socialware.it/?p=220 Da quando ho aperto questo blog capita spesso che arrivino richieste di collaborazione per su Web Marketing, Social Network e ovviamente, Social Marketing. E’ una cosa che mi piace molto, sia perché posso dare il mio contributo a “opere prime” frutto di tanto sudore e fatica, sia perchè mi dà modo di metabolizzare tutto ciò che ho imparato empiricamente, mettendolo su carta. In questo caso Antonio Buonadonna mi ha chiesto di rispondere ad alcune domande molto precise, che ho deciso con il suo consenso di condividere con voi. E’ un po’ lungo ma magari ve lo bookmarkate e ve lo leggete con calma ;)


1.Internet e, in particolare, il Web 2.0 hanno definitivamente mutato le forme e i modi di relazionarsi all’interno del contesto sociale. Mutamenti che hanno interessato anche i comportamenti d’acquisto. Quali sono, secondo Lei, i vantaggi e i rischi per un Brand all’interno del cosiddetto “Web Sociale”?

Oggi il Brand, come e più di una persona, è “immerso” in un contesto social e può scegliere di emergere, galleggiare o affondare. Il “mare” social è costituito da tutti quegli strumenti di partecipazione e comunicazione (Social Network, blog, forum…) che il cosiddetto Web 2.0 ha mutuato dal passato e ha potenziato enormemente, rendendo semplice e immediata la contribuzione personale, il commento, il giudizio e perché no, la denigrazione. Si crea quindi un contesto dove possono avvenire conversazioni su temi, idee e appunto, marche. Il primo vincolo fondamentale che ogni Brand deve metabolizzare è che questa conversazione avverrà comunque, che il Brand lo voglia o no. Si tratta quindi di decidere (anche se di scelta effettivamente non si tratta) di scendere “nell’arena” assumendosi una certa dose di rischio ma guidati da una strategia di posizionamento coerente con i valori della marca. Il secondo tema è strettamente connesso al business: oggi più che mai i consumatori formano le loro scelte d’acquisto non solo sui media “passivi” (come tv e radio) o sul passaparola offline ma anche e soprattutto su Internet, con l’aiuto di 2 strumenti fondamentali: motori di ricerca e . Una reputazione negativa costituita da commenti critici sul brand incide DIRETTAMENTE nelle scelte d’acquisto e quindi, sul business. Rischi e opportunità per il Brand credo che caratterizzino i due modi di scendere in questa “arena”, uno attivo/positivo e uno passivo/negativo. Nel primo caso il Brand intravede i vantaggi diretti che può ottenere da una sua presenza attiva nei Social: ad esempio dettare l’agenda delle conversazioni producendo contenuto originale, condizionare gli opinion leader/influencer per arrivare a masse di utenti a loro collegati, ottenere survey immediate sui prodotti, anticipare critiche o crisi, costruire una comunità di consumatori fedeli al marchio o un customer care rapido e preciso. Nel secondo caso invece il Brand agisce per evitare o scongiurare situazioni negative come commenti critici sporadici o una bad reputation consolidata: in questo caso si interviene per “spegnere il fuoco” e scongiurare rischi di diversa natura (dal churn alla perdita di fiducia del consumatore, dalla mancanza di fedeltà alla perdita di valore del brand) sui quali svetta l’unico vero rischio per una marca: vendere di meno.

2. I social media ed, in generale, le forme di networking sono oramai strumenti di uso comune. Qual è l’approccio che le aziende dovrebbero perseguire, nell’utilizzo di tali strumenti, nelle loro strategie di Marketing? Quale, invece, quello da adottare in caso di “bad reputation”derivata da un passaparola negativo?

Nel caso in cui il Brand (come detto nella risposta precedente) si confronti in modalità “attiva” e non “reattiva”, dovrebbe sempre ricordarsi di essere:
• Reale: fingere di non avere problemi o di essere infallibili non è una buona idea
• Ingaggiante: nel mare magnum di contenuto e conversazioni su internet, emerge chi riesce a interpretare nei modi più originali il bisogno di intrattenimento e di evasione che l’utente inevitabilmente cerca, anche nel rapporto con la marca. Per le informazioni asettiche c’è il sito istituzionale.
• Non commerciale: l’utente lo sa, il brand è lì per vendere, ma non occorre ricordarglielo ogni istante. Produrre contenuto originale e ingaggiante che dia un vantaggio in termini di visibilità e viralità e fondamentale
• Liquido: la flessibilità è un valore unico in un contesto mutevole e veloce come il web. Adattarsi a situazioni diverse (favorevoli e sfavorevoli) è un attributo ormai imprescindibile

Nel caso invece in cui l’approccio sia quello reattivo, nei confronti di una critica o di un giudizio negativo occorre:

• Rispondere sempre: ogni occasione è buona per convincere e migliorare la percezione degli utenti sul brand
• Mantenete la calma: la vecchia regola “il cliente ha sempre ragione” è fondamentale
• Accogliete la critica: nel web come altrove “girare intorno” o non rispondere è la peggiore risposta che si può dare
• Essere empatici e, per quanto possibile, simpatici: la provocazione sta nel gioco, non cadere nelle trappole di utenti particolarmente critici, cercare sempre di stabilire un contatto e una vicinanza con il problema o il giudizio descritto
• Spiegare perché dovrebbe cambiare idea: trovare sempre il modo di offrire una “via d’uscita” (anche se dovesse prevedere rimborsi di qualunque natura) e chiedere un’altra occasione per dimostrare il proprio valore


3. Libero Mobile Trends ci offre una panoramica esaustiva di come le persone usufruiscano di Internet, soprattutto, alla luce dell’esplosione di device tecnologici sempre più interconessi e multimediali. Secondo Lei quali ulteriori possibili sviluppi potrebbero manifestarsi?

Credo che tutti i top player tecnologici, sia quelli che hanno come business principale la vendita di hardware (es: Apple), sia quelli che concentrano le loro attività sul software (es: Google) si stiano muovendo verso un’unica direzione: fare uscire internet dai computer. Il Web sarà sempre di più un lubrificante, un plasma che nutre e connette oggetti, strumenti e persone nella realtà REALE. Il cosiddetto Internet delle cose insomma, sarà la vera rivoluzione, più ancora dell’attuale e ancora acerbo Internet Mobile che in ogni caso sta già cambiando il modo in cui ci informiamo, ci intratteniamo, comunichiamo.

4. Relazione, Reputazione e Viralità, intesa nel senso di popolarità e condivisione, sembrano essere le principali leve nella costruzione del valore della marca nel contesto della Rete. Quale deve essere, a suo avviso, privilegiata per prima? E quali sono le altre leve del valore, che lei ritiene fondamentali per una buona presenza nel Web di un Brand?

Sintetizzando direi che la relazione è il mezzo, la viralità il modo e la reputazione il fine del processo. Non esiste mai un vero principio e una fine, su Internet i processi non sono lineari ma continuativi e, appunto, a rete.
Un valore fondamentale è la costruzione nel tempo di una community del brand, la paziente e costante aggregazione di luoghi in cui incentivare e “coccolare” i propri clienti/utenti più fedeli in modo che possano interagire con la marca e farsi ambasciatori all’esterno. In tutto questo il contenuto è un driver fondamentale: la presenza è fatta sì di relazione ma anche di condivisione di contenuti ingaggianti di valore per l’utente finale.
Applicazioni, video, infografiche, blog aziendali, advergame sono solo alcune delle modalità con cui il brand può parlare di sé in maniera interessante e viralizzabile (ho evitato appositamente di dire “virale” in quanto come sappiamo la viralità è un effetto possibile, non un attributo intrinseco di un contenuto).
Per concludere, l’ingresso di un brand nei social non può prescindere da una radicale modifica anche dei processi interni (organizzazione, tecnologie enterprise, partecipazione dei dipendenti alla comunicazione della marca sul web) in ottica di : per conoscere i propri clienti e ottenere informazioni sempre più preziose per il proprio business, le aziende devono uscire dal loro castello dorato e stare tra la gente, confondersi con il loro pubblici per anticiparne i bisogni e le loro aspettative. Per farlo occorre adattare però la propria organizzazione, i processi e le tecnologie in uso a questo scenario differente.

5. Il è una pratica abbastanza nuova nelle strategie di Marketing. Alle volte c’è una scarsa considerazione, da parte delle Aziende, sia nell’integrarla all’interno delle pratiche di marketing o, quando utilizzata, è spesso e volentieri trattata con una certa superficialità. Quali sono i motivi di questa disattenzione?

Per due motivi essenzialmente:

1) Mancanza di una percezione chiara sul ritorno dell’investimento (ROI). La cultura della comunicazione 1.0 vuole che più persone raggiunge una campagna meglio è. Questo è vero in un mondo dominato dai mass media, dove il messaggio è sempre a senso unico (dall’azienda al consumatore). Nel mondo attuale invece, dove i Social Media competono con i Mass Media per il tempo del consumatore, quest’ultimo può interloquire con l’azienda stessa e con centinaia di suoi contatti, moltiplicando gli effetti positivi di un messaggio ma anche quelli negativi, il tutto tra l’altro in una dimensione temporale dilatata (un messaggio televisivo si esaurisce in un istante, un messaggio su internet resta e può riemergere ad ogni ricerca su Google). Parlare di ROI quindi ha senso solo nella misura in cui si tiene presente che il Social Media Marketing non è una campagna pubblicitaria che si apre e si chiude in un tempo preciso e con un target specifico, ma è un differente rapporto continuativo dell’azienda con i propri clienti, che devono e possono masticare e rielaborare a loro piacimento il messaggio che l’azienda vuole trasmettere. Ragionare quindi in ottica di GRP o di convertion non consente di comprendere a fondo quale sia il ROI effettivo, che in definitiva è rappresentato da quello che in inglese si chiama Trust, la fiducia nella marca, direttamente o indirettamente percepita dal consumatore.

2) Precedenti esperienze negative: scendere in campo senza strategie chiare, senza analisi opportune e senza budget (pensando che sui Social sia tutto “gratis”) nella migliore delle ipotesi può non portare i risultati sperati (anche perché devono essere posti obiettivi sfidanti ma realistici) o nella peggiore fare danni alla reputazione del brand. Questo spesso si traduce nel non investire più, proprio per una mancata pianificazione strategica

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Social Media e aziende: a che punto siamo? [Social Media Week Roma] http://www.socialware.it/aziende20/social-media-e-aziende-a-che-punto-siamo-social-media-week-di-roma http://www.socialware.it/aziende20/social-media-e-aziende-a-che-punto-siamo-social-media-week-di-roma#comments Fri, 11 Feb 2011 12:01:59 +0000 Claudio Vaccaro http://www.socialware.it/?p=219 social media claudio vaccaro pavolini diegoli vincenzo cosenza e mirko lalli

All’interno della Social Media Week di Roma, martedì scorso sono stato invitato da Gianluca Diegoli (alias Minimarketing) nel “Salotto” BTO Educational e Fondazione Sistema Toscana a parlare di e aziende, insieme ad Antonio Pavolini, Vincenzo Cosenza e Mirko Lalli.
Ne è venuta fuori una bella chiacchierata (anche se un po’ poco “amplificata”) in cui si sono stati toccati diversi temi che provo a riassumere secondo la mia testa e la mia “pancia”.

1) PREVENIRE E’ MEGLIO CHE CURARE, MA ALMENO CURATI
Esistono due assiomi fondamentali e incontrovertibili:
a-Le aziende (come le persone), sbagliano per definizione: prodotti, processi, servizi…Il fail è sempre dietro l’angolo.
b-Il cliente oltre ad avere sempre ragione si lamenta SEMPRE e anzi, con i Social lo fa ancora di più e con molto più potere.
E’ impossibile realizzare un’azienda a “Critica Zero“, meglio aspirare a reagire a “Tempo Zero

2) GIVE TO GET QUESTO SCONOSCIUTO
Ad un’azienda che vuole “fare Social Media” (come spesso si sente) bisognerebbe rispondere alla Kennedy: non chiederti cosa i social media possono fare per te, chiediti cosa puoi fare per i tuoi clienti sui Social Media. La logica della “campagna” (paid media) non funziona, mai

3) PROXY AZIENDALE VS. IMPIEGATO PROXY
Un’azienda non può essere “aperta” al 100% sui Social se è poi al 90% chiusa al suo interno: i processi e l’organizzazione interna devono destrutturarsi (senza perdere il focus sul Business, anzi, per incrementarlo) aderendo alla natura stessa della Rete e incentivando la partecipazione dei dipendenti alla conversazione dell’Azienda sui Social. Ovvio che l’Employee 2.0 naufraga clamorosamente contro lo scoglio del Security Manager che chiude Facebook sul Proxy e di HR che vieta l’instant messaging

4) ESSERE PASSIVI NON FA MALE
L’azienda ha due modi per rapportarsi ai Social Media: uno passivo e l’altro attivo. Può “ascoltare” i Social, monitorandone gli umori dei clienti (non solo i propri!) reagendo prontamente in caso di critiche. Oppure può agire dettando l’agenda delle conversazioni, producendo conentuto ed engagement. In questo secondo caso occorre uno sforzo di tempi e costi che non tutte le aziende (ad esempio le PMI) si possono permettere: meglio essere dei bravi passivi che dei cattivi attivi (vedi prossimo punto)

5) LOW COST=BAD ROI
Il ROI delle attività sui Social Media si misura sul lungo termine. Va sfatato il mito del Social Media “low cost”, anzi, è vero l’esatto contrario: per avere risultati a breve-medio termine occorre investire di più in proporzione al paid media. Questo significa che per fare una campagna dai risultati immediati di visibilità e leads, è molto meglio investire in Adwords ed avere awareness sicura che investire in Social e rimanere delusi. La funzione del consulente qui è fondamentale: se la tua strategia è “prendere i soldi al cliente” si rovina il mercato, bellezza. Mixare è bello.

6) LA MANCANZA DI INVESTIMENTI E’ UN CONCORSO DI COLPA
Che la mancanza di investimenti in Social e più in generale sul digital sia un problema culturale è un fatto assodato, basta aver partecipato ad un qualunque IAB degli ultimi 7 anni per rendersene conto. Un’ulteriore prova è venuta proprio dal nostro evento alla Social Media Week: su 50 persone solo 3 erano di aziende. E’ sicuramente vero che c’è una responsabilità di consulenti e che dovrebbero trovare le metriche giuste e il linguaggio giusto per incentivare gli investimenti, ma è anche vero però che il mondo sta cambiando sotto ai nostri occhi da anni e le aziende italiane sembrano molto più ferme di quelle straniere. Quando suona la sveglia?

7) PRODUCT FIRST
Tra la pensione Di Sora Maria e Apple non c’è alcuna differenza: entrambe hanno un prodotto così vincente e di culto che potrebbero fare a meno dei Social. Per tutti gli altri vale la regola che il budget va speso prima sul prodotto e poi sulla comunicazione e la relazione.

Per ora mi fermo qui, bastano o arrivate voi ai classici 10 punti? :)

Photo credits: Smeerch

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Facebook Egagement Rate 2010: 50 brand alla prova http://www.socialware.it/facebook/facebook-egagement-rate-2010-50-brand-alla-prova http://www.socialware.it/facebook/facebook-egagement-rate-2010-50-brand-alla-prova#comments Mon, 31 Jan 2011 19:54:57 +0000 Claudio Vaccaro http://www.socialware.it/?p=218 Dopo l’ottima intuizione e il lavoro dell’anno scorso i ragazzi di FrozenFrogs ci riprovano e pubblicano l’edizione aggiornata dello studio sul “potere d’ingaggio” delle marche, questa volta frutto di 12 mesi di raccolta dati su 50 brand globali e le loro Pages. Una gigantesca mole di numeri che offre una panoramica molto interessante sul tema ROI dei Social Media. C’è sempre più bisogno di analisi e studi di questo tipo. Good job, guys!

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Giovani, Social Media e la rivoluzione culturale degli Young Digital http://www.socialware.it/social-media/giovani-social-media-e-la-rivoluzione-culturale-degli-young-digital http://www.socialware.it/social-media/giovani-social-media-e-la-rivoluzione-culturale-degli-young-digital#comments Mon, 29 Nov 2010 11:10:06 +0000 Claudio Vaccaro http://www.socialware.it/?p=216

Non pubblico quasi mai video promo ma questa volta faccio un’eccezione. L’amico Michele Polico fondatore di Young Digital Lab (un network di giovani web marketers) mi segnala questa nuova fatica: un video veramente ben fatto di Gabriele Cazzulini, filmmaker genovese, per parlare dei giovani e di come le nuove tecnologie impattino sulle loro abitudini, idee, e sulla società e cultura in generale. Il tema “generazionale” in Italia è molto caldo in questo momento e credo che iniziative come YDL possano smuovere le acque.
Citandoli:

Internet e giovani sono il nuovo .
Vivono collegati in rete, lavorano e comunicano in mobilità, animano i social network, creano e condividono ogni tipo di contenuto. Sono diventati i protagonisti del web e col web possono
diventare i protagonisti del mondo. Young Digital Lab non è solo una filosofia di lavoro. E’ una realtà di giovani in rete che cambiano il mondo.

Resta ovviamente una punta di amaro in bocca perchè io di anni ne ho 33 e questa gente mi fa sentire un po’ vecchio. In bocca al lupo, gioventù! :D

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Google in TV o Google TV? http://www.socialware.it/advertising20/google-in-tv-o-google-tv http://www.socialware.it/advertising20/google-in-tv-o-google-tv#comments Wed, 24 Nov 2010 00:35:34 +0000 Claudio Vaccaro http://www.socialware.it/?p=215

Perdonate il titolo marzulliano: non avrei mai pensato che potesse accadere, ma oggi è successo. Ho visto Google in Tv. Anche in Italia (avevamo già visto l’anticipazione in USA) arriva lo “spot” che porta nella vecchia scatola da salotto il brand ipercolorato vessillo del web. La campagna Cosa Cerchi Oggi? sembra voler promuovere il servizio Google Search attraverso un’azzeccata creatività e un bel format UGC: spingere gli utenti a condividere le proprie ricerche “familiari”, quelle che rendono Big G un compagno fedele di ogni momento della nostra vita (non digitale, ma reale, come ben evidenziato nel commercial). Ma come ho scritto altrove, qualcosa non mi torna. Google ha davvero bisogno di fare in tv? E’ vero che un brand che ha una share praticamente totale del mondo Web potrebbe “invadere” altri per guadagnare utenti poco propensi a Internet, ma secondo me c’è dell’altro. Mi sono chiesto: non è che Mountain View vuole forse far abituare i nostri telespettatori (magari anche quelli anagraficamente non più giovanissimi) al brand Google, per l’imminente lancio della Google Tv? Ultimamente c’è stata sicuramente un’accelerazione nella sfida lanciata dai grandi marchi delle “apps” al mondo della televisione: Apple (che è abituata alla comunicazione offline) già sta scaldando i motori per la Apple TV e Google non starà a gurdare sicuramente. Pronti alla grande sfida finale? Nel frattempo, possiamo  caricare i video su Youtube in attesa di vederli in TV ;)

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Creare una startup di successo: il business model design http://www.socialware.it/innovation/creare-una-startup-di-successo-il-business-model-design http://www.socialware.it/innovation/creare-una-startup-di-successo-il-business-model-design#comments Tue, 23 Nov 2010 11:12:25 +0000 Claudio Vaccaro http://www.socialware.it/?p=214 Ottima presentazione di Alex Osterwalder, autore ed esperto di Business Model , incentrata su una serie di key-step che ogni startupper dovrebbe tenere presente quando decide di fare il grande passo.
In sintesi e sull’onda delle liste di Vieni via con me ecco i punti evidenziati (ma non fate i pigri e guardatevi tutte le slide, è davvero fatta bene) :D

1) Nessun Business Plan sopravvive al primo contatto col Cliente
2) Pensa prima al Business Model
3) Prenditi tempo per immaginare possibili alternative
4) La tua idea di Business Model è solo una serie di ipotesi
5) Non creare la tua Azienda prima di aver verificato il tuo Business Model

Un business model descrive i razionali attraverso i quali un’organizzazione crea, offre e cattura un valore – economico, sociale o altre forme di valore. Il processo del è parte della strategia di business (via)

View more presentations from Alexander Osterwalder.

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Tra search marketing e social media marketing: in cerca del giusto mix strategico per il nuovo processo d’acquisto [BTO 2010] http://www.socialware.it/social-media-marketing/tra-search-marketing-e-social-media-marketing-in-cerca-del-giusto-mix-strategico-per-il-nuovo-processo-d%e2%80%99acquisto-bto-2010 http://www.socialware.it/social-media-marketing/tra-search-marketing-e-social-media-marketing-in-cerca-del-giusto-mix-strategico-per-il-nuovo-processo-d%e2%80%99acquisto-bto-2010#comments Sat, 20 Nov 2010 03:08:22 +0000 Claudio Vaccaro http://www.socialware.it/?p=213 Come e in quali punti chiave i hanno modificato il processo d’acquisto? Possono coesistere logiche e investimenti e , “acquisto di traffico” e spese in “conversazione”? Guardando agli strumenti non rischiamo di perdere di vista la strategia?  Qual è il giusto modo di approcciare i valori e i comportamenti mutevoli dei nostri clienti e qual è il nuovo ruolo del prodotto? A queste e ad altre domande ho cercato di rispondere nel mio intervento al 2010 (qui le mie impressioni sull’evento), all’interno del panel moderato da Gianluca (che ringrazio ancora per le conversazioni proficue prima del nostro speech). Qui di seguito trovate le slide sintetiche e più sotto i 10 concetti chiave che spero in qualche modo siano passati durante il mio intervento e la discussione successiva con gli altri relatori. Perdonatemi la lunghezza ma ho pensato fosse interessante sviscerare più in profondità tutti i temi affrontati.

1)    Dobbiamo essere agnostici rispetto allo specifico strumento o canale di marketing: ciò che conta sono gli obiettivi e la strategia per arrivarci. Pensiamo prima ai valori distintivi del nostro servizio o prodotto (e se non li ha, abbiamo un problema) e progettiamo la strategia più adatta per promuoverlo al pubblico che ci siamo scelti e che ci ha scelto: il Social Media Marketing o il Search Marketing non esistono, esiste solo un Marketing (e una comunicazione) fatto bene o male. Una buona strategia è coerente con i valori del mio prodotto/servizio, aderendo come una seconda pelle a ai valori del mio pubblico. Attenzione quindi a non scambiare il mezzo con il fine e il valore percepito di uno strumento su Internet rispetto alla sua reale efficacia e diffusione: investire su Foursquare o Twitter è giusto per un’azienda familiare? Non lo so, dipende. Pensiamo alle priorità in base alle nostre risorse.

2)    Il Web Marketing è un approccio empirico, non una scienza esatta. Nel mondo digitale tutto cambia ogni giorno sotto ai nostri occhi a una velocità rapidissima e nessuno ha potuto ancora accumulare un’esperienza tale da potersi dichiararsi esperto di uno strumento e delle sue peculiarità come mezzo di comunicazione fino in fondo, anche chi lavora e vive di web. Stiamo tutti cercando di capire come si fa al meglio, sperimentando e sbagliando continuamente, ma coscienti che domani quello che pensavamo di aver imparato potrebbe essere già vecchio. Diffidiamo sempre da chi ci dice che ha capito tutto e sa come si fa, non esistono soluzioni industrializzate, sicure, precostituite. Provare, sbagliare e riprovare sono la strada per comprendere lo strumento, non la strategia.

3)    Non esistono alternative all’esserci. Possiamo farlo con strategie e modalità differenti ma dobbiamo obbligatoriamente stare dove le persone e quindi i nostri clienti si informano e vivono la loro vita digitale, fatta di ricerche, relazioni, conversazioni e contenuti emozionanti, oltre che di opinioni positive o negative su di noi. L’alternativa (non esserci) equivale a un suicidio digitale.

4)    Il processo di acquisto è cambiato per sempre. Grazie a Internet e ai Social Media, i consumatori hanno acquisito il potere del megafono: possono amplificare il loro giudizio sul servizio o sul prodotto (word-of-mouth, reviewing…) e organizzarsi tra loro per sfruttare i benefici della collaborazione (no cost, acquisti di gruppo, ecc…) . E’ ormai chiaro che alle aziende non basta più la vecchia tecnica dell’imbuto, a meno di non avere budget infiniti.

5)    C’è spazio per tutti, a patto di differenziare l’offerta. I  diversi valori e comportamenti dei potenziali clienti devono riflettere diverse offerte e servizi in grado di soddisfarli. Il cliente non si lamenta per la bassa qualità del servizio,  si lamenta quando sente di pagare un valore maggiore di quello percepito per il prodotto/servizio acquistato. In questo senso possono coesistere offerte radicalmente differenti (come Ryanair vs. British) perché fanno riferimento a diversi target con diversi valori e diversa percezione del valore.

6)    Rimettiamo il prodotto al centro e facciamolo parlare. In uno scenario in cui il pubblico è dotato di megafono è inutile parlare  di crisis management e di gestione della reputation quando il prodotto è “fail”. Curiamo il prodotto o il servizio come il bene primario che abbiamo e sarà lui stesso a parlare di sé, magari aiutato da un buona strategia di . L’emozione e la soddisfazione per un prodotto fatto bene vale 100 recensioni positive.
7)    La relazione con il nostro pubblico deve essere strategica e continuativa. Il vero salto culturale non sta negli strumenti di marketing utilizzati ma nell’approccio al rapporto continuativo con il cliente, che può essere dispendioso almeno quanto investire in spazi e traffico da comprare. Ma ogni euro investito in questo tipo di marketing, sarà un euro risparmiato in Adwords in futuro.
8)    Il mix strategico migliore è quello che ci consente di comunicare con più efficacia il giusto messaggio al giusto target sul giusto canale. Paid Media (Search Marketing, Affiliation/PPL, Viral, Display, Mail Marketing), Owned Media (Site, Blog & Social Media Marketing, Content Marketing, SEO), e Earned Media (Reputatation Management, sCRM, Newsletter) non sono alternativi ma complementari, con pesi diversi a seconda dell’obiettivo di marketing che ci prefiggiamo.

9)    Attenzione: tutto tenderà a confondersi. assume forme di mail e di search, Google integra elementi social. Chiamare le cose con il loro nome e definire una strategia in base al mezzo sarà sempre più difficile.

10)   Il futuro? E’ nel contesto. Il denominatore comune degli strumenti e dei canali di comunicazione sarà sempre più il mobile (in tutte le forme che assumerà questo termine). Bisogni, opinioni e posizione convergeranno in un layer pervasivo che determinerà nuovi paradigmi di acquisto e relazione con il nostro pubblico

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