User Generated Contents: rivoluzione o abbaglio?

3 Ottobre 2007 // Claudio Vaccaro // Blogosfera, Riflessioni, Social Media, User Experience, User Generated Content, Web 2.0 |

bolla speculativa social mediaHo seguito con interesse un thread “trasversale” nei vari blog e siti che seguo, il cui denominatore comune è una valutazione pessimistica circa l’impatto rivoluzionario dell’ondata Web 2.0 e una lettura negativa del valore reale della blogosfera. La sostanza è che l’UGC (User Generated Contents, i contenuti generati dagli utenti, ovvero una delle basi dei media partecipativi), in realtà sarebbe un affascinante abbaglio, ma non genererebbe né qualità, né partecipazione, né effettivo business a lungo termine. Cerco di riassumere le osservazioni critiche che vengono mosse al fenomeno:

1) Il Web 2.0 è una moda, un’ “operazione di marketing” che non ha nulla di rivoluzionario: in realtà l’aspetto sociale di Internet era già nel suo DNA sin dagli inizi del WWW creato da Robert Cailliau
e Tim Berners-Lee. Non si è quindi inventato niente, anzi, in certi casi c’è stata addirittura una regressione. L’esplosione di migliaia di comunità differenti ha inoltre generato “mondi chiusi” che poco si parlano e da cui gli utenti prima o poi fuggono, per crearsi mondi propri e senza le regole definite dai social networks a cui si aderisce.
2) I Social Media e i Venture Capitalist che spesso finanziano i progetti, sfruttando l’entusiasmo partecipativo degli utenti, stanno generando una bolla speculativa, secondo John C. Dvorak (blogger ed editorialista di PcMag), che esploderà con lo stesso clamore del famoso sboom della New Economy. Questo per l’incosistenza e la duplicazione di molte start-up, che nascono senza un’idea davvero innovativa e un vero piano di business per realizzare il ROI.
3) La tanto osannata democratizzazione dei contenuti, che fa rima con partecipazione e condivisione degli stessi, è un’utopia positivista e l’UGC sarebbe in realtà un fenomeno marginale. Dati alla mano impera la legge 89-10-1: presi 100 navigatori, 10 partecipano con contributi di basso profilo (commenti, preferiti, voti), uno solo partecipa attivamente pubblicando propri contenuti. Questa ineguaglianza partecipativa, secondo Michael Arrington, di fatto smonterebbe la retorica della socializzazione e dell’intelligenza collettiva, generando più che altro un’ “intelligenza di pochi”: dei pochi che partecipano attivamente e che, consci del loro “potere” perseguono obiettivi di visibilità unendosi anche in “cordate” e gruppi che impediscono ai contenuti dei piccoli di emergere.
4) La Blogosfera, lontana da produrre un vero citizen journalism “alla Dan Gillmor“, alternativo alle logiche dei mass/old-media, finisce per essere solo una “macchina da post” che (de)genera solo un’immensa quantità di contenuto di scarsa qualità e spesso replicato, nascondendo solo dilettantismo, autoreferenzialità e nichilismo endemici.

Inutile dire che per chi (mi ci metto anch’io) sostiene la causa del web sociale spesso con entusiasmo un po’ “aprioristico”, queste critiche mosse da più fonti fanno riflettere.
Non si tratta a mio giudizio né di respingerle con sdegno né di accoglierle con un atteggiamento di delusione. Occorre prenderne atto e capire eventualmente dove e cosa poter migliorare, individuando i possibili scenari futuri. E’ un discorso chiaramente aperto, ma vorrei in questo senso dire la mia.
Per cominciare spesso si commette l’errore di analizzare fenomeni tecnologici e mediali dimenticando l’UOMO. Questo vale sia in fase di progettazione dei media stessi, sia quando si analizzano gli effetti negativi. L’uomo ha due bisogni fondamentali, che non hanno nulla a che vedere col Web:
-Il bisogno di costruire e “promuovere” la propria identità
-Il bisogno di socializzare e condividere questa identità, fatta di carattere, passioni ed esperienze, con i suoi “simili”, persone che ritiene affini a sé.
Le strategie e le azioni mediante le quali l’uomo ricerca la soddisfazioni di questi bisogni sono le più varie: si passa dagli illuminati ai falsi profeti, dai talentuosi ai superficiali, dagli onesti ai furbi. E poi ci sono i timidi, i riservati. Tantissimi, più di quanti si immagina. Non tutti partecipano con entusiasmo, non tutti sono disposti a mettersi in gioco, a condividere le proprie ragioni.
Il Web (sociale o no) riflette l’uomo, questo è chiaro. Coi suoi difetti, le sue aspirazioni, i suoi modi di intendere la vita. Abbiamo solo aumentato infinitamente le possibilità e lo spazio, ridotto a zero i tempi, ma non abbiamo ancora cambiato l’uomo. Non si può quindi pretendere che nascano 100 blog interessanti su 100, che partecipino tutti gli utenti, che le idee e i progetti siano tutti vincenti. Si è cominciato, tumultuosamente, a capire che Internet non è solo un repository di informazioni ma soprattutto un territorio dove avvengono relazioni sociali, virtuali sì, ma pur sempre umane. Per com’è la società attuale (e anche qui la tecnologia e il web c’entrano poco) c’è chi fiuta l’affare, chi se ne approfitta, chi investe soldi senza un motivo concreto, chi utilizza Internet solo per esibizionismo.
In una fase di passaggio come questa continueranno a essere prodotti contenuti di scarsa qualità, continueranno a esserci scettici e scarsi frequentatori, continueranno a esserci speculatori e intenti egemonici da parte dei grandi gruppi editoriali. Ma l’innovazione c’è ed è concreta, sotto gli occhi di tutti, non si può negarlo.
Ciò che serve per coinvolgere più utenti e spingerli a partecipare e condividere il SE’ (e su questo sono assolutamente d’accordo con le contro-critiche di Marshall Kirkpatrick e di Maurizio Goetz), è puntare sulla REALE utilità degli strumenti (anche se poi è il mercato stesso che effettua il filtro) e soprattutto su una sempre più spinta umanizzazione delle interfacce: abbiamo ottimi intenti ma strumenti ancora immaturi. Occorre puntare sull’uomo. E alla fine, vincerà (anche economicamente) chi avrà capito che il Web è solo un’estensione della mente umana, offrendo i mezzi più adatti per far emergere quella chimera che chiamiamo “intelligenza collettiva“.

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Commenti:

  1. 1 AAA Copywriter said at 8:51 on Ottobre 14th, 2007:

    IMHO, niente può sostituire il buon vecchio rapporto tra consumatore e bottegaio dei tempi che furono. E si sente! :(

    Alex

  2. 2 Mr KO said at 3:54 on Ottobre 17th, 2007:

    Interessanti osservazioni ma…

    Conoscete già http://www.zooppa.com ?

    Un fenomeno di UGC, italiano, concreto e di successo

  3. 3 Claudio Vaccaro said at 9:49 on Ottobre 17th, 2007:

    conosciamo conosciamo Mr KO…pubblicità riuscita, comunque ;)

  4. 4 Hamlet said at 2:44 on Dicembre 26th, 2007:

    Devo dire che questo post è uno dei migliori che ho letto negli ultimi mesi. La questione è interessante, il cosiddetto web 2.0 è solo una operazione di marketing o una “rivoluzione” di Internet?
    Secondo me la blogosfera può essere utile ai grossi media ma non potrà mai sostituirli: col boom dei blog rischiamo di avere milioni di Jayson Blair e una piccola quota di blogger attendibili, ma come distinguerli?

  5. 5 Claudio Vaccaro said at 2:09 on Dicembre 26th, 2007:

    Grazie Hamlet…mi viene da dire che è un’”operuzione” :D secondo me saranno i mass media stessi a “scendere in campo”, sta già succedendo…quando il New York Times uscirà solo on line, saranno più visitate le sue pagine o quelle dei blog? La potenzialità di essere “mass” è di tutti ora. Ma chi ha alle spalle i “big money” riuscirà sempre ad avere più risonanza di te. Quello che è veramente rivoluzionario, e qui sta il grosso potere dei blog e della voce dei singoli, è il valore delle NICCHIE. Io posso influenzare piccole sezioni della realtà, posso condizionare scelte e gusti anche di importanti settori del mercato. Posso esprimere una mia opinione riguardo al particolare e non al tutto…e venire ascoltato. Assisteremo a una radicalizzazione di queste tendenze secondo me: la massa e le nicchie, ciascuno con i suoi opinion leaders. ciao e auguri!

  6. 6 Hamlet said at 3:08 on Dicembre 26th, 2007:

    Claudio: “quando il New York Times uscirà solo on line, saranno più visitate le sue pagine o quelle dei blog?”

    da un punto di vista della credibilità, ha realmente importanza? secondo me il sito del NYT sarà sempre più cliccato. Immagina uno scoop sul NYT e uno scoop su un blog: è credibile il secondo?

  7. 7 Claudio Vaccaro said at 4:06 on Dicembre 26th, 2007:

    per la massa il NYT. Per la credibilità su un prodotto di nicchia tipo il frullatore di banane subequatoriali, il secondo. :D Ma il secondo è molto molto importante, perchè si fonde direttamente col giudizio del mercato e condiziona i consumi

  8. 8 Chiara said at 10:27 on Marzo 7th, 2008:

    Beh, ultimamente gli sviluppi dello user generated content si stanno vedendo anche sul territorio nazionale. Ne è testimonianza un progetto web italiano come the blister project(www.blisterproject.com), totalmente UGC che approda su una televisione commerciale come AllMusic(www.allmusic.tv/blister)…

    Current.tv, nel frattempo invade gli U.S.A.

    E’ iniziata la rivoluzione?

  9. 9 Come incrementare la partecipazione degli utenti in un Social Network su Socialware said at 1:14 on Giugno 8th, 2008:

    [...] Media, dei contenuti generati dagli utenti (UGC) e della disintermediazione: ne avevamo parlato anche noi su queste pagine. Ma ponendosi dalla parte di chi crea e gestisce una community, la mission [...]


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